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Altri 40 giorni chiusi, ristoratori allo stremo: «Così ci affossano»

Fonte: Il Gazzettino del 28-04-2020

Preoccupazione, rabbia verso proposte inefficaci e amarezza. Chi in questi anni ha investito risparmi ed energie nella gestione di trattorie, osterie, ristoranti e pizzerie in centro storico ed isole prova i medesimi sentimenti. Una vita spesa a portare avanti un’attività nella quale hanno creduto e che oggi rischia di essere spazzata via in un colpo. Perché se da un lato si può aver scampato il contagio, dall’altro sembra che la tempesta in arrivo effetto di una chiusura che ha azzerato i fatturati e di un futuro incerto toccherà un po’ tutti, indistintamente. E davanti ci sono altri 40 giorni di chiusura, con una riapertura fissata a inizio giugno, anche se non si sa come. La categoria lo percepisce, ma vuole tener duro e riprendere a lavorare il prima possibile per tentare di arginare un danno che a lungo andare potrebbe diventare irreparabile.  Un misto di rabbia e voglia di ripartire, che ad esempio questa sera si concretizzerà in un flash mob organizzati dai locali aderenti all’qssociazione Ristoranti della Buona Accoglienza che, assieme a numerosi colleghi del territorio veneziano, alle 21 accenderanno contemporaneamente le loro insegne per attirare l’attenzione del Governo e dell’amministrazione comunale sui problemi che colpiscono il comparto. 

LE VOCI

Ad esempio, un contesto in cui gli incassi sono a zero. Ma le tasse e gli affitti da pagare ci sono ugualmente. L’osteria Sottobanco, in fondamenta Cannaregio, Davide Vianello e i suoi soci l’avevano inaugurata da poco. E ora la tengono aperta solo per consegne e servizio take away. Destino diverso per il bar-cicchetteria e ristorante Bancogiro, in Erbaria, chiuso da inizio pandemia. La cui riapertura è al momento incerta. «La ripartenza la vediamo nebulosa dice Vianello e chi riaprirà avrà dei costi altissimi per mettersi a norma. Di certo non potrò reintegrare tutti i 13 dipendenti e qualcuno sarà part-time. Al piano di sopra ci sono 25 posti a sedere e nel plateatico una quarantina: col distanziamento ne perderò il 60%. Senza considerare che la metratura del locale a Cannaregio probabilmente non permetterà neanche di lavorare all’interno, se non con pochissime persone. Questa è una guerra». 

Ora attiva con le consegne a domicilio il cui lato negativo sono i tempi di spostamento lunghi, a piedi la trattoria Aciugheta, in campo Ss. Filippo e Giacomo, ha una ventina di dipendenti. E la preoccupazione del titolare Gianni Bonaccorsi è rivolta a loro, considerato il rapporto umano instaurato. Ma pure per gli accordi con le proprietà che difficilmente a suo dire potranno essere rivisti in termini di importi stabiliti, nonostante il mancato reddito. «Non sappiamo come gestiremo il tutto, confida Bonaccorsi speriamo che a maggio escano delle linee guida». Situata in fondamenta della Misericordia, tra i luoghi della movida veneziana più apprezzati, l’enoteca Vino Vero sta arginando la crisi vendendo qualche bottiglia chiusa. «La riapertura distanziata? Non so come ce la caveremo spiega Esmeralda Spitaleri soprattutto dal punto di vista degli avventori abituati a rimanere in piedi in fondamenta. Il futuro è tutto da reinventare, dove la solita affluenza non sarà possibile, almeno nell’immediato». 

Niente servizio d’asporto all’osteria Do Torri e pizzeria Pier Dickens, in campo S. Margherita, gestiti da Paolo Friselle: difficile o poco conveniente, a detta sua, l’organizzazione. Per lui, in questo periodo il vero problema sono le tante spese da sostenere e una liquidità assente, oltre ad «aiuti inesistenti». Quindici i dipendenti distribuiti fra i 2 locali che è la previsione nel caso dell’osteria vedrà salvo un terzo dei 120 posti a sedere, mentre della pizzeria 15-16 dei 70 disposti di norma al suo interno. 

LE ISOLE

Anche nelle isole il momento non è roseo. «Il pensiero più grande? I miei dipendenti. Sto facendo sacrifici sottolinea Ruggero Bovo, chef della storica trattoria Al gatto nero, a Burano per cercare di salvaguardare il loro posto. Col distanziamento il lavoro sarà ridotto del 50% e dovrò realizzare dei menù usa e getta». Solo la passione per la cucina e per la sua isola non gli fanno mollare tutto. «Ho già progettato un impianto di sanificazione dell’ambiente. Lavorare in cucina coi guanti di gomma lo trovo paradossale, visto che un cuoco si lava le mani di continuo. E pure pericoloso se usati vicino a fonti di calore». Gabriele Masiol, patron della trattoria muranese Busa alla Torre racconta infine con rabbia di come i suoi 10 dipendenti non stiano percependo nulla dalla cassa integrazione. «Quando riaprirò, lo farò per chi? Per le 20 persone consentite dal distanziamento? Tutti i miei risparmi li ho già messi in azienda. Non so se riaprirò, mi confronterò con chi lavora con me da ventanni».

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