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Artigiani, 25mila addetti a casa «Servono fondi e stop alle tasse»

Fonte: Il Gazzettino del 27-03-2020

Solo tra gli artigiani, oltre 25 mila persone sono rimaste a casa dal lavoro e più di 10 mila aziende sono state chiuse fino a nuovo ordine. E questo solo in provincia di Venezia. Se si considera che nel turismo, tra commercio e industria, lavorano almeno altre 25 mila persone, e se si fanno i conti anche con le imprese manifatturiere, si superano abbondantemente i 50 mila lavoratori costretti all’inattività, molti dei quali sperano, alla fine della crisi, di avere ancora un lavoro cui tornare. Per questo Salvatore Mazzocca, presidente di Confartigianato metropolitana di Venezia chiede al Governo l’azzeramento delle tasse e stanziamenti dedicati: «Serve un piano di decine di miliardi che, passata l’emergenza, dia alle attività la forza economica per riattivarsi e ritornare subito operative sul mercato, altrimenti non ce la faranno perché hanno esaurito la liquidità e, chiuse, non stanno incassando e nemmeno fatturando» spiega Mazzocca che chiede interventi importanti anche «per i lavoratori rimasti a casa: senza sostegno economico non spenderanno, e si rischia di bloccare il meccanismo della domanda».

I NUMERI 

E per rendersi conto di cosa significhi collasso dell’economia basta andare a spulciare tra i numeri delle imprese artigiane che hanno dovuto chiudere: dalla mezzanotte di mercoledì 25 marzo nell’area metropolitana complessivamente è stato chiuso il 57,1% delle attività artigianali (10.663 su 18.682) e sono rimasti a casa il 53% dei lavoratori (25.115 su 47.391). Il settore del benessere è tra i più penalizzati, con 1.819 chiusure su 2.043 aziende operative, per un totale di 3.816 lavoratori su 4.261 rimasti a casa. Ma anche il comparto edile è stato penalizzato pesantemente con 5307 aziende che hanno dovuto chiudere su un totale di 5.914, e quindi 9.453 lavoratori a casa su un totale di 11.544. Le imprese del legno sono state fermate praticamente tutte (540 su 554, e 1.635 lavoratori a casa su 1.685). Nella meccanica 1.144 aziende su 1.579 hanno dovuto fermare le macchine e lasciare a casa 4.679 lavoratori su 5.961. Nella moda 750 ditte su 909 con 3.150 lavoratori fuori dei cancelli su 3.524. Nel terziario, infine, è scattata la chiusura obbligatoria per 152 ditte su 189, con 212 dipendenti a casa su 285. Un panorama desolante, a fronte oltretutto di un nuovo decreto Cura Italia, promesso dal premier Conte, che non porta nulla di nuovo, o in più, rispetto al precedente.

LE FERMATE REALI

E la situazione è ancora più grave di quel che mostrano i numeri perché, in realtà, al di là dell’ultimo decreto che ha imposto le fermate, la quasi totalità delle aziende esistenti sul territorio ha chiuso o sta per fermarsi semplicemente perché non c’è lavoro: «Non si trovano materie prime, non c’è più filiera e non ci sono più né committenti né richieste di prestazioni spiega Mazzocca . Questo susseguirsi settimanalmente di decreti, necessari in un momento così drammatico e complesso per la salute pubblica, sta facendo aumentare l’insicurezza e il senso di smarrimento dei nostri artigiani e dei cittadini». E se l’economia si smarrisce, mancherà l’ossigeno per poter ripartire una volta che l’emergenza sanitaria sarà finita. «Bisogna già prepararsi al dopo, alla ripartenza, con interventi certi in prospettiva. Nella nostra provincia lo stato deve aumentare la disponibilità dei miliardi necessari al fondo di garanzia del Medio Credito Centrale con garanzia al 100%, al fine agevolare il sistema bancario che possa finanziare con mutui a scadenza anche di 30 anni le imprese, in particolare le micro e piccole che rappresentano il 98% del nostro sistema economico ma, al tempo stesso, sono le più fragili nell’affrontare questa crisi».

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