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Boom di negozi chiusi, è l’effetto Covid In centro pedoni diminuiti del 36%

Fonte: La Nuova Venezia del 16-07-2020

Gli effetti della crisi economica post-coronavirus cominciano ad avvertirsi anche a Mestre, come segnalato dal nuovo rapporto di Confesercenti sullo stato del commercio cittadino. L’associazione di categoria ha conteggiato i negozi presenti in centro (nella “zona Ztl”), classificandoli per categoria e puntando i riflettori su quelli attualmente chiusi, sfitti o che hanno interrotto l’attività. Il dato è allarmante: su un totale di 700 negozi, a luglio le vetrine vuote sono ben un quarto: il 24,61%, cioè circa 170. La cifra è in aumento rispetto al 22,12% di febbraio, prima della pandemia, ed è destinata a crescere ulteriormente: «La vera crisi post-lockdown deve ancora iniziare», spiega Michele Lacchin, vicedirettore di Confesercenti Venezia, «perché siamo ancora in una “fase assistita”, in cui le aziende hanno qualche aiuto fiscale e usufruiscono della cassa integrazione. 

Gli effetti pesanti della crisi economica si vedranno più avanti, quando si esauriranno queste misure». Per il momento, infatti, poco meno di una ventina di esercenti ha deciso di non riaprire, cessando l’attività o attendendo tempi più propizi. Un calo tutto sommato contenuto, anche se salta all’occhio quello relativo ai bar: 4 le serrande abbassate dallo scoppio dell’epidemia, portando il totale da 82 a 78. Due le chiusure tra i ristoranti (da 38 a 36), mentre finora hanno tenuto parrucchieri, banche (nessuna variazione), abbigliamento e calzature (-1 ciascuno). Proprio questi ultimi due settori, però, rischiano maggiormente nei mesi a venire: «È la categoria più in difficoltà», afferma Lacchin, «paga l’aver di fatto perso una stagione, dato che le collezioni primavera-estate erano già state prenotate ai fornitori quando è scattato il lockdown. Un altro fattore è la dimensione dei locali, spesso piccoli e che possono ammettere pochi clienti alla volta, oltre alle spese per affitti e personale, tendenzialmente più alte rispetto ad altri esercizi». 

Alle fosche previsioni sulle mancate entrate si accompagna il desolante crollo del traffico pedonale in centro, misurato da Confesercenti nell’ambito del progetto “Miglio Digitale”. «Dopo l’azzeramento dei flussi durante il lockdown, alla riapertura si è registrato un -36% rispetto alla normalità», illustra Alvise Canniello dell’ufficio sviluppo, «e ad oggi c’è un’assenza quasi totale di turisti stranieri». Altri effetti della crisi, infine, quasi sicuramente colpiranno le attività in maniera indiretta. È il caso dell’indotto che si perderà a causa dell’impoverimento di molti potenziali clienti, tra chi è finito in cassa integrazione e chi ha perso o perderà il posto di lavoro. Meno soldi da spendere significa inevitabilmente meno introiti per i negozi: è il circolo vizioso tipico di ogni recessione che si rispetti. Insomma, per il commercio mestrino il 2020 rischia di essere un anno zero, ricco di incertezze rispetto a come ripartire dalla seconda grave crisi nel giro di una dozzina d’anni. «È complessa anche l’interpretazione dei dati che abbiamo raccolto», considera Canniello, «con il Covid è davvero cambiato il mondo»: tra nuovi canali di vendita e le innovazioni obbligate messe in atto durante l’emergenza, il futuro offre insidie ma anche occasioni. Guardando invece al passato, i numeri presentati integrano una serie di analisi condotte da Confesercenti nel corso degli anni, restituendo un trend di lungo periodo non certo positivo per il distretto mestrino dello shopping.

Oggi le vetrine vuote sono più che raddoppiate rispetto alla prima rilevazione datata 2012 (quando erano l’11,22% del totale), dopo aver oscillato tra il 20 e il 24% nel periodo 2016-19 prima di toccare i massimi storici in seguito alla serrata del Covid. «Il numero degli sfitti è un importante indicatore del benessere della rete commerciale», commenta Lacchin, «Di solito una cifra del 12-13% significa già crisi nera (fino al 10% il dato è fisiologico) e più di qualche “buco” in strade importanti, ora siamo circa al doppio. Il centro di Mestre è in sofferenza dal 2012 e l’andamento continua a essere negativo». Quasi tutte le categorie merceologiche hanno pagato lo scotto ad eccezione dei parrucchieri, passati dai 29 di 8 anni fa ai 35 odierni. Discesa ripida, invece, per i negozi di abbigliamento (-15,76% dal 2012 al 2019, prima di stabilizzarsi nell’ultimo biennio) e calzature (da 26 a 20, -23,1%). Faticano anche banche (-21,74%) e ristoranti (-14,3%), mentre è peculiare la parabola dei bar: la quantità massima di 92 è stata toccata nel 2017 (+19,5% rispetto ai 77 del 2012), poi molti hanno chiuso.

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