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Crisi nera per i ristoratori, perdite del 60%

Fonte: La Nuova Venezia del 28-07-2020

A quasi due mesi dalla fine del lockdown fatica ancora il mondo della ristorazione, settore chiave per una città come Venezia che vive di turismo e servizi. «La situazione è estremamente seria e le imprese sono in difficoltà», dice allarmato Ernesto Pancin, segretario dell’Aepe (Associazione Esercenti Pubblici Esercizi), che conta circa 800 associati tra ristoranti e bar soprattutto in centro storico. «A oggi hanno riaperto tra il 60 e il 70% dei ristoranti», afferma, «che però stanno avendo solo il 30-40% del lavoro e del fatturato rispetto alle estati scorse. Non si riescono a coprire le spese (soprattutto per gli affitti) e gli organici sono ridotti, una situazione che ci preoccupa perché i dipendenti sono parte integrante dell’azienda e vorremmo riuscire a far lavorare tutti». In centro storico Aepe stima circa 20mila occupati nei pubblici esercizi, compresi i bar, ma è una cifra indicativa che oscilla fortemente anche a seconda della stagione, e dei contratti a tempo. «Quasi tutti i lavoratori stagionali sono a rischio perché si lavora a ranghi ridotti», avverte il segretario, «ma in generale è presto per dire quanti sono i posti di lavoro in pericolo, si capirà solo più avanti». 

I timori dei ristoratori però sono concreti, e quando scadrà la cassa integrazione diversi temono di dover lasciare a casa alcuni dei propri dipendenti storici. La causa principale della crisi è il crollo verticale del turismo (specialmente quello internazionale), che ha privato la città di una delle maggiori fonti di indotto. «Il centro storico è particolarmente in sofferenza», spiega Pancin, «più della terraferma, che è meno improntata al turismo. L’assenza di clienti si sente soprattutto nei giorni feriali, mentre l’afflusso sta tenendo nei fine settimana, ma i guadagni del weekend non bastano a far quadrare i conti. Chi veniva dall’estero non c’è più, è rimasto un turismo “domestico” di persone della zona, che però tendono a venire in giornata, per la cena tornano a casa». «Il turismo interno non compensa neanche lontanamente la perdita di quello internazionale», concorda Alvise Canniello dell’ufficio sviluppo di Confesercenti Venezia, che riscontra difficoltà pure in terraferma. 

A Mestre centro, dove gli occupati del settore sfiorano il migliaio, si stima che 1 dipendente su 3 sia tuttora in cassa integrazione. «Ma Cig e blocco dei licenziamenti non dureranno per sempre», avverte Canniello. «Il calo di fatturato c’è anche a Mestre, che negli ultimi tempi stava scoprendo una vocazione turistica con l’apertura di nuovi alberghi e ostelli. Un processo che ora si è fermato: il 40% dei ricavi che proveniva dal turismo è andato perso». Inoltre influiscono altre circostanze legate alla pandemia: chi lavora in smart working, per esempio, non fa più la pausa pranzo al ristorante, mentre chi è finito in cassa integrazione o ha visto scendere il proprio reddito è meno disposto a spendere per mangiare fuori. E in generale c’è meno voglia di andare in giro: «All’ora di pranzo», dice Canniello, «il traffico pedonale nel centro di Mestre è calato del 65-70% rispetto a luglio 2019, anche nei weekend. Tiene solo l’orario dell’aperitivo, comunque in calo tra 15 e 25% a seconda della zona. Inoltre l’asporto continua a essere una fetta importante del fatturato anche dopo la riapertura, è una modalità di fruizione ormai affermata».

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