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«Dalla terraferma l’aiuto per rilanciare il centro storico»

Fonte: Il Gazzettino del 28-04-2020

Presidente Vincenzo Marinese, cosa accadrà a Venezia dopo il virus, come la vede dal suo osservatorio di presidente di Confindustria Venezia e Rovigo?
«Non la vedo bene per tante ragioni. C’è poca volontà di concertare. Stiamo affrontando un’emergenza senza precedenti, mai vista prima. Una iattura. E tra tutte le cose che ha fatto questo Governo me ne trovi una che è stata apprezzata da chi lavora! Così non ci sono i presupposti per ripartire. Il mercato riprenderà, i turisti torneranno, tutte le epidemie finiscono, anche le guerre, a un certo punto, si superano. Ma il problema è come si arriva a quel momento, che cosa si è fatto per proiettarsi a quel punto».
Come Confindustria siete stati da subito molto critici verso il blocco totale…
«Perché sapevamo come andava a finire, di male in peggio. Sapevamo che c’erano pochi soldi, che i soldi per le famiglie non sarebbero arrivati, così come quelli per le imprese… È accaduto».
A Venezia questo cosa comporterà?
«La situazione è devastante in generale. Non hanno soldi le imprese e anche lo Stato, di questo passo, non li avrà per pagare i dipendenti pubblici. Ci vorrebbero 300 miliardi per pareggiare il Pil e rilanciare gli investimenti. Perché anche i primi mesi del 2021 non saranno positivi, con il virus ancora in circolazione, la mobilità ridotta, le fiere che non avranno ancora ripreso piede… E per la nostra economia l’export è fondamentale. Parlando del territorio di Venezia e Rovigo, al netto dei 2 miliardi del turismo, il fatturato industriale vale 34 miliardi, con un export del 39 per cento. Per questa realtà non c’è strategia. Manca una politica del rilancio. Nel suo ultimo discorso il presidente Conte ha pronunciato due volte la parola impresa e non ha detto nulla di concreto».
Per essere concreti cosa bisognerebbe fare?
«Servono cinque cose. La prima, riaprire tutto, seguendo le indicazioni di sicurezza, per iniziare a dare speranza. Poi ci vuole un patto europeo per la circolazione di merci e persone, perché bisogna vendere. Terza cosa: serve un’immissione di liquidità per le imprese ma con prestiti a 20 anni per rendere più sostenibile il debito e destinando un 10 per cento all’acquisto di titoli di stato. Cose tecniche, ma semplici».
La quarta e la quinta?
«Rilanciare gli investimenti interni, puntando sull’edilizia, che è la filiera più lunga che ti rigenera il Pil. Premiare chi compra la prima, la seconda, la terza casa, chi ristruttura. Infine investire in sburocratizzazione, che da sola vale il 4% del Pil, puntando sulle autocertificazioni e su di un’agenzia per lo sviluppo che si prenda in carico le pratiche».
Tornando a Venezia, ha proposte concrete per questo territorio?
«Dal punto di vista industriale vanno avviate le cose in cui siamo in ritardo. Vogliamo finalmente sbloccare Porto Marghera? Il problema non sono le bonifiche, ma sono le procedure, la burocrazia: siamo bloccati dal ministero dell’Ambiente. L’altro nodo fondamentale è il porto, un asset strategico, ma bisogna procedere con gli scavi. E poi dobbiamo dare vita alla Zona economica speciale, fondamentale per il rilancio».
E sul fronte turismo, molti suggeriscono un equilibrio diverso. Che ne pensa?
«Nell’emergenza ognuno immagina che le cose possano cambiare. Poi invece si torna esattamente come prima. Ovvio che in questa fase bisognerebbe lavorare per accaparrarci il turismo di pregio, d’élite. Ma questa deve essere un’operazione congiunta. Non possiamo permetterci i comitati che sparano sempre contro… La concorrenza a livello globale è altissima e scorretta. Quello che è successo dopo l’acqua alta è sintomatico. I grandi tour operator hanno inviato il turismo bello in Grecia e Turchia. Ora, per competere, tutta la città deve alzare la sua qualità d’offerta».
Come?
«Si fa in tanti modi. Ma soprattutto investendo sulla terraferma, sull’intera città metropolitana dove creare strutture d’élite. Così si decongestiona il centro storico che diventa uno dei tanti luoghi da visitare. A Parigi, non si va solo per il Louvre, ma per vedere una grande città. Partiamo dalle periferie per rendere più di pregio anche il centro. Un esempio è Montecarlo, che non è certo una bella città, ma ha il turismo più d’élite, perché ha investito sull’eccellenza».
Il nuovo quartiere degli alberghi di Mestre, però, non ha puntato al turismo di qualità.
«Non è con un’iniziativa che si risolvono i problemi. Non è il singolo errore che crea la tragedia. Ci vuole l’impegno di tutta la città: di tutti i sindaci, di tutte le imprese. Venezia si venderà sempre. Tra due, tre anni, superato il virus, avrà di nuovo i 25-27 milioni di turisti. Non è quello che vogliamo. Per questo dobbiamo riprogettare tutto, sistemando le nostre vulnerabilità. Per questo serve ordine e metodo».
Le università possono avere un ruolo in questa riprogettazione?
«Un ruolo fondamentale. Le nostre sono università virtuose, anche per i conti, e di grande visibilità internazionale. Fondamentale sarà portare sempre più studenti da tutto il mondo perché diventino ambasciatori del nostro modello».

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