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«Ho girato il mondo Possiamo competere anche con i cinesi»

Fonte: Il Gazzettino del 30-04-2020

Giovanni Testa, lo sa che lei appartiene alla categoria delle persone più invidiate al mondo? Partire dopo la pensione, cambiare vita per un giro del mondo in barca di 12 anni: sente fischiare le orecchie ogni tanto?

«Eh lo immagino, ma io dico sempre che l’invidia nasce quando uno vede che i propri sogni sono realizzati da qualcun altro. Io invece penso che il prossimo miglio sia sempre il migliore, i sogni si possono provare a realizzare. Anche se fare il giro del mondo in barca a vela in un certo senso mi ci sono trovato, era nella natura delle cose: vado in barca da quando avevo 3 anni».

 

Dirigente Telecom a Venezia, ha aperto il Telecom Future Center di San Salvador, ha contribuito a far nascere un sogno che si è chiuso proprio quest’anno con la vendita del palazzo. Poi la pensione. Giusto?

«In pensione mi ci hanno mandato, con la crisi dell’Information Technology e delle telecomunicazioni, chi si occupava di progetti culturali e comunicazione era in pole position per essere mandato in pensione. Avevo 55 anni, altri tempi».

Senta, i suoi viaggi a bordo di Eutikia e le sue avventure, i racconti e i libri sono tutti online(https://www.youtube.com/user/eutikia1,oppure https://my.getjealous.com/eutikia). Tra i luoghi che più le sono entrati dentro ci sono l’estremo oriente, il sudest asiatico e la Cina. Proprio verso la Cina ora c’è molta diffidenza, ci sono due approcci: grande minaccia economica, politica e sanitaria oppure grande potenza in espansione, destinata a dominare. 

Che idea ha, cosa sta succedendo?

«Guardi, in barca sono transitato nel canale di Malacca: ho visto i migliaia di container della più grande compagnia commerciale cinese. Quello dà l’idea della potenza commerciale della Cina. Una potenza pianificata da menti economiche e finanziarie di eccellenza: ho visto pregare nei templi di Confucio questi manager in giacca e cravatta, laureati nelle migliori università americane. Mi sono reso conto delle loro motivazioni. La Cina controlla il porto di Atene, da poco ha aperto un collegamento ferroviario diretto con Segrate per le merci che presto avrà due viaggi la settimana. L’effetto di questo lo vediamo su Venezia, i dirigenti del nostro porto lo conoscono bene. Ma non è solo un fattore di container, quello è l’esempio. C’è molto di più».

Cioè?
«Prendiamo la nostra quotidianità: negozi, bar e ristoranti, Non pensiate che sia tutto legato al solito cinese che parte da casa con la valigetta piena di contanti. In Cina ci sono famiglie che sono potentati finanziari, c’è un progetto organizzato. Ho viaggiato in Polinesia francese e là i villaggi ormai hanno tutti negozi e bancarelle cinesi. Accade in tutto il mondo, Australia e Nuova Zelanda sono preoccupati di questi fenomeni, sono molto cauti ad aprire».

Vuole dire che bisogna stare attenti?

«Dico che fa parte della globalizzazione, ma che è un fenomeno che va gestito. Prendiamo Venezia. I bàcari, le trattorie, i negozi sono sempre stati punti di ritrovo, di identità. Oggi con il cambio di gestione non lo sono più. E quanto accade nel piccolo, lo abbiamo visto anche nel grande, nelle telecomunicazioni».

Cioè?

«Negli anni 90 a Venezia partimmo con il Telecom Future Centre, con l’idea di cablare tutta la città. Nel chiostro di San Salvador c’era un centro di eccellenza per le nuove tecnologie. Riuscimmo, in un progetto ambizioso, a mettere insieme tutte le istituzioni culturali, a creare una banca dati condivisa e accessibile: un grande lavoro. Ospitai per alcuni giorni il ministro delle Poste cinese. Vennero in delegazione, fotografarono tutto, si informarono. Poi cambiarono i vertici di Telecom, quelli del Comune.. E oggi la Cina viene a darci il 5G…».

Cosa vuole dire?

«Voglio dire che noi avevamo creato il corpo, le vene, gli organi… Loro hanno creato il cervello, la tecnologia del futuro. Ma quella siamo in grado di farla anche noi. In un mondo di competizione, anche noi possiamo dire la nostra».

Come?

«Sempre con i contenuti. Prendiamo Venezia, abbiamo la possibilità di mettere insieme il meglio dell’offerta culturale, le università, le fondazioni, le istituzioni. Abbiamo le menti. E la tecnologia non ci manca. Possiamo essere altrettanto competitivi senza dipendere in tutto e per tutto da altri. La conquista commerciale dei container noi veneziani la conosciamo bene: era quello che facevamo con le merci verso l’oriente dal 1200 al 1500, con le famiglie veneziane che controllavano i traffici. Abbiamo quell’esperienza nel Dna, mettiamola a frutto per capire quello che succedendo, per gestirlo senza subire».

Lei è stato lontano da Venezia 12 anni, dal 2007. Come Ulisse, è tornato a casa da un lungo viaggio. Con la differenza che lei Penelope se l’è portata dietro…

«E meno male, perché senza Marina non so come avrei fatto. Abbiamo passato di tutto insieme».

Ma che Venezia ha trovato?

«Completamente cambiata, senza veneziani. Una città che non produce più cultura, la espone e basta. Si è sciolto il tessuto sociale. Ma proprio ora credo che si debba ripartire con le migliori menti che questa città ha ancora. Mettiamole insieme, si elabori un modello di sviluppo nuovo basato su cultura, ambiente, ripopolamento. Chiariamoci le idee e attiviamo una agenzia che aiuti a ottenere i finanziamenti europei che ci sono ma che rischiamo di perdere». 

Idee?

«Prendiamo i giovani laureati. Abbiamo incontrato molti giovani laureati italiani – ad esempio in Australia e Nuova Zelanda – che raccolgono mele, cipolle o servono cappuccini o pizze. Perché la città (università e amministrazione) non predispone un contesto favorevole a che queste risorse non vi trovino opportunità di residenza e di lavoro? Saranno la dirigenza di domani, come farne senza?».

E poi?

«L’ambiente. A Singapore ho incontrato, per puro caso, un giovane professore universitario veneziano (suo padre era molto noto e stimato nell’ambiente velico veneziano, ha fatto parte della giuria della Coppa America). Stava perseguendo il suo progetto (sinergia Singapore-Australia) di testare l’inquinamento negli oceani (microplastiche e non solo). Mi ha fornito alcuni strumenti per partecipare alle rilevazioni. Tornerebbe volentieri a Venezia. Non cerchiamo residenze di qualità? Di nuovo, quale il ruolo verde di Venezia, proprio ora che se ne riparla?… A Thetis aspettano gli stipendi. Il Cnr c’è ancora? Poi, per carità, se il modello sarà la città-museo, prendiamone atto, ma – lo dico come provocazione – a questo punto a cosa serve un sindaco? Meglio il miglior direttore di musei del mondo».

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