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«Il turismo ci ha resi pigri: possiamo essere una metropoli»

Fonte: Il Gazzettino del 12-04-2020

In questi mesi l’occasione che si presenta a Venezia è formidabile: cambiare il proprio destino da città parco a tema a metropoli di livello planetario leader nelle tecnologie verdi e ad alto valore aggiunto che saranno il carburante dei prossimi decenni.  Pino Musolino, da presidente dell’Autorità di sistema portuale, che futuro immagina dopo questa emergenza?  

«La prima cosa da fare è sgomberare il campo da discussioni aprioristiche e stantie. Basta con le divisioni in tribù. Questa è una comunità che deve guardarsi intorno, perché il mondo non sta tra campo Do Pozzi e Zelarino. Io parto da una considerazione: tra le dieci metropoli che hanno il maggior appeal, sette hanno un porto. Venezia può essere una metropoli anche con 250 mila abitanti, dipende se la si vuole governale come tale, e poi abbiamo un ottimo punto di partenza: una città bella e vivibile, un retroterra con grande connettività con le zone più ricche del Paese e dell’Europa, due porti e grandi aree di sviluppo. Poi, tre università con cui si può fare un ragionamento, senza contare che gli atenei di Padova e Verona sono dietro l’angolo». 

Poi, però, abbiamo vissuto di turismo.

«L’effetto anestetizzante delle risorse facili dal turismo ci ha fatto erroneamente fatto credere che esso fosse l’unica strada. Vanno studiate alternative per uscire dalla dipendenza totale da un certo tipo di turismo, che è basso sfruttamento dello scenario di cui fortunatamente si dispone. Andiamo a cose più concrete, come i finanziamenti per l’European green deal e affrontare riconversioni già in corso. Insomma, cose che le città più dinamiche al mondo stanno già facendo».

Da dove bisognerebbe cominciare? 

«Tante soluzioni si trovano in giro per il mondo e non si parte da zero, a patto di non essere manichei dividendo sempre tra bianco e nero. Quindi, prima di tutto una sana discussione con le forze più vitali del territorio va fatta e di lungo periodo per far funzionare il privato in maniera più dinamica e perfomante. Se crei un sistema che porta investimenti in una certa direzione indichi e il futuro a chi poi investirà. Il Veneto è territorio di una macroarea metropolitana che se gestita in questo modo può cambiare il volto di tutto il Paese. Però bisogna sprovincializzarsi».

Inevitabile parlare del porto

«Dovremmo considerarlo una benedizione, un punto di partenza molto alto che può fare da cinghia di trasmissione per le cose che ho detto prima. Allora va mantenuto nelle sue caratteristiche di base, non può essere che manca una carta sempre».

Si riferisce agli scavi?

«Abbiamo già pubblicato i bandi per i possibili dragaggi a maggio per essere pronti a sfruttare la tempistica, ma se c’è sempre qualcosa che non va. Io posso spingere fino al massimo delle mie competenze di legge, ma più in là non posso andare. Se non ci fossero state le risorse che permettevano di fare le bonifiche, molti ettari di Marghera sarebbero ancora inquinati e le imprese non potrebbero insediarsi. Dobbiamo sfruttare fino in fondo gli obiettivi Onu per la sostenibilità globale e con più aziende e più gente che arriva allora anche il numero di residenti aumenterà. Con il lavoro, però, non con un colpo di bacchetta».

Ma le case attualmente sono vuote perché affittate ai turisti fino a qualche mese fa. Chi ci dice che le cose non cambieranno?

«Il turismo non si riprenderà velocemente, i voli low cost idem. L’Organizzazione mondiale della Sanità ha detto che dobbiamo abituarci a onde pandemiche. Irrealistico pensare che tutto torni come prima. Per trent’anni abbiamo vissuto in una gigantesca bolla speculativa alimentata da un turismo che sembrava non finire mai. Cose già viste, a cominciare dalla prima bolla della storia, quella dei tulipani in Olanda del Seicento, quando con un bulbo ci si poteva comprare un appartamento nel quartiere più figo di Amsterdam. Poi, tutto è crollato». 

Ma ci sono sempre mille vincoli all’azione.

«Sei tu che decidi il livello con cui ti confronti: se vuoi restare al bar ok, anche se rendeva tantissimo e rendeva tutti un po’ pigri. Vogliamo agevolare la chimica verde, l’ecoindustria eccetera? Economicamente dai un indirizzo e poi guardi se funziona. Se arrivano i colli di bottiglia delle norme europee? Andiamo a negoziare, magari altri Paesi hanno lo stesso problema e si può fare massa critica. Se non cominciamo a ragionare le idee non vengono».

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