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Imprese senza liquidità serve un piano per le banche

Fonte: Il Gazzettino del 26-03-2020

Le moratorie di mutui e finanziamenti inserite dal Governo nel decreto Cura Italia non sono state applicate in automatico dalle banche, che invece chiedono i pagamenti in scadenza a fine mese. Fioccano le segnalazioni di veneziani arrabbiati, professionisti, commercianti, imprenditori. Mentre i rappresentanti del mondo produttivo da Confindustria a Confcommercio, ad Ance sottolineano come quella della liquidità sia la questione cruciale, di fronte a una situazione drammatica e in vista di una ripresa che appare lontana. E tutti chiedono un piano che possa fare delle banche uno strumento di finanziamento vero.

IL RUOLO DELLE BANCHE

Tema sollevato già l’altro giorno dal presidente di Ance Venezia, Giorgio Salmistrari, che aveva criticato l’«atteggiamento delle banche che non sembrano disponibili a rimandare le scadenze». Problema complesso, connesso alle regole europee. «Le banche hanno dei limiti legati alle regole di Basilea, che dal prossimo anno subiranno un’ulteriore stretta. Questo non può accadere« ribadisce Salmistrari che ricorda come il settore edilizio sia tra i più colpiti da questo fermo. «Secondo alcuni studi sarà il comparto che avrà il maggior numero di fallimenti, tra il 10 e il 15%. Per le nostre imprese le banche devono rischiare di più. Non possono farlo per le regole europee. E allora lo Stato deve pretendere di cambiare queste regole». Le misure prese finora, per il presidente, non bastano: dalla cassa integrazione, al rinvio di pochi giorni dei versamenti contributivi. «Ridicolo. Così non si va da nessuna parte. Il danno di questo fermo totale dell’Italia è enorme. Le banche dovranno avere un ruolo determinante. Se non daranno una mano vera, sarà un disastro. Molte nostre imprese avevano iniziato a vedere la luce in fondo al tunnel che ora si è richiuso. Quelle che erano già in difficoltà, non so come faranno. Le banche, con queste condizioni, non le potranno aiutare». Un dramma che non è solo dell’edilizia. Lo sa bene il presidente di Confindustria Venezia, Vincenzo Marinese. «In pochi giorni tutto è cambiato. Siamo passati dal rallentamento all’annullamento della produzione. Il nostro sistema produttivo è in ginocchio, bloccato dalla sera alla mattina. Ormai anche il Cura Italia è superato, va completamente rivisto. Siamo oltre l’emergenza, siamo allo shock. A questo punto mi aspetto anche da Governo e Parlamento una manovra shock che permetta alle aziende di avere la liquidità necessaria, di accedere al finanziamento attraverso il sistema bancario con strumenti più snelli». 

MODELLO DA RIPENSARE

Anche Marinese cita le regole di Basilea da rivedere con un «rapporto con l’Europa forte», chiede finanziamenti a medio lungo termine, un aumento del fondo di garanzia. «Anche noi imprenditori dobbiamo ripensare al nostro modello di business. La crisi durerà fino a fine anno. La situazione è drammatica, ci sono già 12 mila persone in cassa integrazione, un dato destinato ad aumentare» annota il presidente degli industriali che si appella al mondo della politica perchè stia a fianco delle imprese. «Vanno ridisegnate le regole, dobbiamo diventare un paese efficiente, combattere l’evasione. Oggi abbiamo un freno a mano tirato che è il debito pubblico. Quando si tratterà di ripartire dovremo farlo con altri schemi». Un grande piano per ripartire lo chiede anche il presidente della Confcommercio metropolitana di Venezia, Massimo Zanon. «Le piccole banche, le casse rurali si sono rese disponibili subito, visto il bisogno assoluto di liquidità. A livello superiore, i maggiori istituti di credito stanno cercando soluzioni, ma hanno difficoltà oggettive, se il Governo non fa una forzatura delle regole europee. Oggi si possono dare i soldi a chi li ha già. Non può essere questa la politica del futuro, tanto più con questa emergenza». Zanon ricorda come il commercio sia pesantemente colpito. «Il nostro è un settore sotto ossigeno. Tutti chiusi, fatichiamo a sopravvivere. Serve una sorta di piano Marshall che non dimentichi nessuno, grandi e piccoli, con un debito che sia utile a tutti, non a pochi».

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