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La rabbia degli esercenti parte da Piazza San Marco «Ora vogliamo lavorare»

Fonte: La Nuova Venezia del 05-05-2020

Venezia chiede normalità con una manifestazione straordinaria. Oltre cinquecento persone, tutte con la mascherina, non tutte a distanza di sicurezza, si riappropriano di una Piazza San Marco rimasta sola e vuota per quasi due mesi, e la trasformano nell’avamposto del loro domani. Chi c’era potrà dire che lì, sotto il sole, dietro tricolori, i gonfaloni, tutti un po’ più pallidi, un po’ più poveri, è incominciata la nuova storia di un’altra Venezia possibile. 

La protesta 

Esercenti, commercianti, albergatori, artigiani, senza distinzione di insegna, né di fatturato, accomunati dall’enormità di quanto accaduto, alzano il tono di una protesta rimasta per settimane nella piazza dei social e le danno fiato. 

Gli slogan 

Soffiano, urlano, scandiscono slogan i gestori di bed & breakfast che non vedranno più un cliente per i prossimi mesi, i parrucchieri che invece le clienti le avrebbero ma non possono aprire, i titolari di ristoranti che si addormentano pensando alla scacchiera dei tavoli con la metà dei posti, i proprietari di bar che si arrabattano con il caffè nel bicchierino di carta e via via, un gradino dopo l’altro, l’intera scala di un’economia consegnata mani e piedi a ciò che è sparito: il turismo.«Siamo un gruppo di condannati a morte, non sappiamo quale sarà il nostro futuro – dice Claudio Barbiero, ristoratore lidense tra i promotori della manifestazione – Chiediamo solo di poter lavorare, noi vogliamo lavorare, manterremo i guanti, useremo il disinfettante. Vogliamo vivere e abbiamo bisogno di soldi».Per quasi due mesi Venezia è rimasta in casa come tutte le altre città, ma ora che esce di nuovo, la contabilità di ciò che resta è molto più crudele che altrove. Nessuno ha lavorato, pochi hanno visto la cassa integrazione, in molti hanno dato fondo ai risparmi, altri sono stati licenziati, qualcuno sa che non riaprirà più. E adesso?nelle mercerieAdesso il corteo sfila tra le vetrine spente delle Mercerie, sotto lo sguardo dei manichini sbiaditi da sole, tra serrande impolverate, vestiti, scarpe, borse rimasti lì dai primi di marzo, in attesa di una primavera che non è mai arrivata. 

Supera il ponte dei Bareteri, si allarga in campo San Salvador, raggiunge la Banca d’Italia e gira verso il ponte di Rialto.a rialtoDa riva del Carbon a riva del Vin, due braccia umane cingono il Canal Grande ancora piatto, occupano masegni rovinati dai trolley, si affacciano al parapetto normalmente invisibile, applaudono non solo ai medici ma soprattutto a se stessi, come atto liberatorio e d’incoraggiamento.«Meglio una vita da clown che burattino nelle mani del mangiafuoco di turno» recita il cartello di un Jocker con la pallina rossa sul naso e la cravatta di Topolino. Una delegazione riesce a entrare a Ca’ Farsetti. L’obiettivo, è il sindaco Luigi Brugnaro, ma, sugli scranni della Sala del Consiglio, trova sei assessori dotati di mascherine, pronti ad ascoltarla.le richieste«Chiediamo di aprire nel rispetto della situazione in cui ci troviamo – dice ancora Barbiero – noi rispettiamo i decreti dello Stato, ma lo Stato ci deve ascoltare. Non capiamo come si possa andare in bus e non dal barbiere. Sono due mesi che nessuno lavora. Non possiamo morire così».

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