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L’effetto epidemia sulla disoccupazione «Entro fine anno 200 mila senza posto»

Fonte: La Nuova Venezia del 05-06-2020

«Abbiamo chiuso il 2019 con 131 mila disoccupati, ma la prospettiva è che alla fine del 2020 la cifra salga a 200 mila». È l’ipotesi avanzata da Tiziano Barone, direttore di Veneto lavoro, che “unisce i punti” di una crisi che, dal 23 febbraio al 17 maggio, ha proseguito a “colpi” di 5 mila posti di lavoro in fumo ogni settimana. «A giugno scadranno 120 mila contratti a termine, se immaginiamo che la metà di questi non sarà rinnovata, il numero di disoccupati raggiunge facilmente la soglia di 200 mila». Una cifra che per la nostra regione, faticosamente riuscita a risalire la china dopo la crisi iniziata nel 2007, è inedita da anni. «Senza contare che in Veneto, fino a un anno fa, chi perdeva lavoro normalmente riusciva a firmare un nuovo contratto nell’arco di un mese» prosegue il direttore di Veneto Lavoro. Ricostruzioni che, nella Fase 2 del lavoro ai tempi del Covid, sembrano appartenere a un passato remoto. Dall’inizio della “crisi Coronavirus” sono già andati in fumo tra i 60 e i 65 mila posti, per la maggior parte retti da un contratto a termine

Gli stage, invece, sono praticamente scomparsi. Prendendo in esame il saldo tra assunzioni e cessazioni tra il 23 febbraio e il 3 maggio, questo era di più 31.409 nel 2019, con un crollo a meno 27.621 nel 2020 e una differenza di quasi 50 mila posti di lavoro. In pratica, a dicembre 2019 il Veneto era riuscito a chiudere ricavando 40 mila posti di lavoro in più rispetto all’anno precedente. Ora, non solo questi non esistono più, ma ne sono stati persi altri 30 mila, quasi altrettanti. E a soffrire, ovviamente, è soprattutto il tempo determinato. «Speravamo che il Governo intervenisse con una manovra a tutela del contratto a termine, anticamera dell’indeterminato, ma siamo rimasti delusi» sostiene Barone. Queste cifre tuttavia conoscono una importante variazione tra il 4 e il 17 maggio 2020: il saldo era più 10.711 l’anno scorso ed è stato più 7.036 quest’anno. Certo, lo ricordiamo, preceduto a febbraio, marzo e aprile da quasi 30 mila licenziamenti o contratti non rinnovati. «C’è un segnale di ripresa per alcuni settori: manifattura, edilizia e abbigliamento» conferma Barone. «Per quanto riguarda il tessile, la timida ripartenza è dovuta al fatto che molte aziende si sono riconvertite nella produzione di mascherine». 

Nel giro di tre mesi, da febbraio ad aprile 2020, il numero di occupati a termine è crollato di 24 mila unità: da 256 mila a 232 mila, una caduta pari al 9 per cento del totale. Ma i numeri sono ancora più impressionanti se confrontati a quelli del 2019, con il 40,7% di lavoratori stagionali in meno e -31.5% di contratti a termine. Parlando dei settori, è il turismo a soffrire di più, passato da occupare 58 mila persone febbraio e 48 mila ad aprile. Un’inversione di quella che doveva essere la tendenza estiva. «Per questo la provincia di Venezia è quella maggiormente interessata dalla crisi, con un saldo di – 6.933 tra assunzioni e cessazioni tra il 23 febbraio e il 3 maggio» spiega Barone. Seppure i numeri delle altre province non siano molto più favorevoli: – 4.511 a Belluno, – 4.163 a Treviso e – 4.038 a Padova. Cifre che, dal 4 maggi maggio, iniziano finalmente a conoscere un altro andamento. «Ma tutto cambia di continuo, di settimana in settimana. È certo, però, che turismo, commercio e servizi non riprenderanno nel giro di breve con le cifre finora conosciute» continua Barone, con un riferimento a un 2019 più che positivo per il mercato del lavoro. «Un anno chiuso con appena 85 mila “scoraggiati”. Ora il tasso di disoccupazione è del 6.2%, di poco superiore a quello del 2009, 5.7%, all’inizio della crisi economica».-

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