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«M9, un intervento decisivo per Mestre. Qui un luogo di riflessione sul futuro»

Fonte: La Nuova Venezia del 12-04-2020

Ripensare il museo M9, non per affossare il progetto ma per rendere davvero vitale il polo culturale di Mestre, che arranca. In questi giorni il dibattito si fa acceso e arrivano contributi interessanti, che sono pensati come una forma di sostegno al lavoro della Fondazione di Venezia che ha investito nel centro di Mestre 110 milioni di euro. Va letto in questo senso l’intervento di Stefano Munarin, docente dell’Università Iuav di Venezia che si occupa di pianificazione territoriale. Per Munarin M9 è un investimento decisivo per Mestre, città giovane che nel «non stare mai ferma”, essere fatta di persone che si muovono per costruire (e costruirsi)» è una città del futuro e non del passato. «Quindi il museo non deve solo raccontare il Novecento ma proiettarsi nel futuro che non è solo tecnologia», avverte. Diventando parte della identità della città: «Mestre ha questo di bello: una città non bellissima a prima vista ma affascinante da vivere, proprio perché viva, nostra, giovane (dal punto di vista delle sue pietre oltre che delle persone), ancora “in fieri” (se paragonata alla solidità di Venezia ma anche alla “anzianità media” delle altre nostre città italiane). Attenzione, ciò non significa “buttare il Novecento” (e il resto della nostra storia) ma partire da lì per guardare avanti», spiega. 

Le proposte si fanno pragmaticamente concrete. Munarin non pensa ad «un “museo della scienza e della tecnica”, delle meravigliose utopie (o distopie) che la tecnologia ci promette, ma un luogo di elaborazione e riflessione sul/del futuro. Mostre delle migliori opere del presente (dal Novecento in poi) e luogo di riflessione sul futuro; questo per me renderebbe giustizia a questa città e farebbe di Mestre un luogo unico».Perché, insiste Munarin, se «c’è una cosa che distingue Mestre da molte altre città italiane, che qui ha senso fare è pensare il/al futuro». E M9 deve aprirsi al territorio metropolitano, senza attendere che questo arrivi. «Si possono raccontare sul posto esempi rilevanti: dalla Città Giardino di Emmer a Marghera alle case di viale San Marco, grande esempio di edilizia del dopoguerra. Si può collaborare ancora più intensamente con i Festival, come quello della politica». Con una ampia collaborazione tra istituzioni. Altri correttivi possibili: «Gli spazi commerciali vanno rivisti. Vanno migliorate e aumentate le aperture, sia da e verso la città (ad esempio avendo il coraggio di “perdere” lo spazio commerciale oggi occupato dal negozio Legea per aprire con più decisione il rapporto tra via Poerio e la corte interna) sia facilitando la visione e l’accessibilità di tutti gli altri locali (ora privi di vetrine e che si è costretti a scovare nei piani superiori)». 

Aprire ancora di più i varchi pedonali, quindi (un aiuto potrebbe arrivare anche dall’albergo all’ex Tim) inserendo attività vitali. Un esempio da copiare, spiega Munarin, è il sesto piano del centro “Le Barche”, con la grande libreria Feltrinelli e il bar. «Bel segnale della vitalità sociale e civile di questa città, un segnale di buon auspicio che ci dice che dobbiamo, possiamo riuscirci anche all’M9». Ancora il grande, e bellissimo, terzo piano con la “white room” per gli eventi del museo va valorizzato. «Servono delle mostre degne di questo nome. Mi spiace dirlo ma finora non ci siamo (sono) riusciti. L’ultima, sulla Luna, interessante nei propositi, non ha rispettato le attese», continua il docente. «E non voglio pensare che sia necessario fare mostre dei soliti noti “Da Picasso a Kandinsky” o “Van Gogh e lo splendore dell’Impressionismo” per dare un senso a quel bellissimo spazio; credo e spero che ci siano dei curatori in grado di individuare un tema, delle opere, delle attività (performance, spettacoli, eccetera) in grado di attirare e attrarre un pubblico non solo numeroso ma anche “autorevole”, capace di far scattare l’interesse per questi spazi»

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