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“Mestre era già in crisi. E’ la mazzata definitiva”

Fonte: Il Gazzettino del 20-04-2020

«Ho visto Mestre morire, e il coronavirus è la mazzata definitiva». Nadia Marchetto è titolare di due attività in zona stazione. Aveva da poco riaperto il Blue Bus Caffè, di fronte a via Ca’ Marcello, al termine di una lunga e dispendiosa ristrutturazione, quando il decreto dell’11 marzo ha disposto la chiusura dei locali. «Dopo sei mesi di impalcature abbiamo lavorato normalmente per una settimana – spiega -, poi altri dieci giorni, non sapendo che sarebbero stati gli ultimi, con le norme igienico-sanitarie indicate. E poi basta».

«RISCHIAMO TUTTO»

«Questo è un locale storico – racconta – che nemmeno le bombe della Seconda guerra mondiale hanno buttato giù. Noi siamo qui da ventitré anni, e abbiamo assistito al progressivo declino della città, tra affitti improponibili e quartieri abbandonati al degrado. A suo tempo – ricorda – per cinturare il sottopassaggio del tram, avevamo chiesto in ginocchio di optare, al posto della rete che tende a ghettizzare, per qualcosa di esteticamente più decoroso, come il plexiglass, sentendoci rispondere negativamente, perché la rete era meno costosa. Adesso arriva l’emergenza, il lockdown, e con loro notti insonni, ansie angoscianti, e forse anche la psicoterapia quando tutto sarà finito! Sembra un parlare egoistico – precisa -, ma posso assicurare di essere portavoce di molti colleghi, proprietari di attività del mio settore, piegati dalle mie stesse preoccupazioni». Nadia Marchetto ha quattro dipendenti, oggi in cassa integrazione. «E rischio di doverli lasciare a casa», confida. La seconda attività, il bar Al Binario affacciato sul parcheggio dell’Atvo, è relegato da dodici anni dentro un container, ed è stato il primo a dover abbassare la saracinesca con l’avvento del covid-19. «Prima eravamo nella vecchia stazione del 1833, poi sono arrivati i lavori per il tram, accompagnati dalla promessa di ricostruzione. Così abbiamo accettato la nuova sistemazione, che doveva appunto essere temporanea, ma siamo ancora lì. Il colpo di grazia è stata la pandemia, che ci ha costretti a chiudere subito questo locale, strutturalmente non in grado di rispettare tutte le nuove norme». 

L’APPELLO

Marchetto invoca dunque «liquidità immediata, in base alle diverse esigenze, e la sospensione, non semplice slittamento, di tutti i pagamenti fino a quando le attività non saranno nuovamente capaci di potervi adempiere». Poi la confessione più amara: «Non ho per nulla fiducia nelle istituzioni – dice sconsolata – anche dal punto di vista sanitario». Una posizione che sembra non risparmiare nemmeno l’amministrazione locale, sollevando perplessità sullo stato di salute delle casse di Ca’ Farsetti. «È un grande dolore vedere la propria città allo scatafascio, senza che nessuno sia in grado di sostenerla. Il sindaco è solo, lo aiutano poco, ma pure dal Comune ci aspettiamo la sospensione, almeno per un anno, di tutti i tributi, sebbene dubito siano nelle condizioni economiche di esaudire questa richiesta. Ma bisogna intervenire prontamente, altrimenti solo chi ha un gruzzoletto messo da parte riuscirà forse a sopravvivere. Io ho sessant’anni – precisa – lavoro da una vita, ma dopo il restauro mi trovo senza risparmi per affrontare questa situazione. Sarei anche disposta a vendere i bar, ma a chi in un tempo come quello che stiamo vivendo? Mio marito Gianni – conclude scherzando – dice che tra un po’ se non ci permetteranno di lavorare saremo costretti a farci assumere dagli spacciatori del quartiere, che da queste parti continuano impunemente i loro traffici, mentre quelli con le manette ai polsi siamo noi».

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