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Metà delle aziende chiuse nel Veneto: ogni sette giorni 3 miliardi in meno

Fonte: La Nuova Venezia del 04-04-2020

Il Centro Studi di Confindustria giovedì ha riportato indietro le lancette della nostra capacità di generare ricchezza di 42 anni. Al 1978. Tanto sta constando il virus all’economia italiana. Ed è solo per ora. Perché lockdown a parte nessuno è in grado di stabilire quando, quanto e come la nostra economia si risveglierà dell’incubo del virus. Ci sono tuttavia dei punti fermi, da prendere considerare. Il 26 di marzo l’Istat ha consegnato alla 5° Commissione programmazione economica e bilancio una sua Memoria in cui analizza in diverse tabelle l’impatto relativo al blocco delle imprese. Il primo elemento di natura aritmetica che emerge dal documento Istat è che nella regione risultano attivi un totale di settori pari al 49,4% del fatturato prodotto in regione e circa la metà, 50,2% degli addetti totali e il 47,7% delle unità locali. Messo in numeri si legge nel testo di Istat i settori attivi producono un fatturato su base annua di 157 miliardi di euro e 852 mila addetti totali

Mentre le attività che risultano sospese producono 160 miliardi di fatturato e impegnano 845 mila addetti e 588 mila dipendenti. Questo significa che un fermo di tre settimane, usando la logica aritmetica, ha prodotto minori ricavi per 9 miliardi di euro, ovvero 3 miliardi di ricavi computati per settimana e moltiplicate le tre settimane di fermo. È evidente che questa stima è una media, non ponderata, che non considera una serie di aspetti come il fatto che le merceologie inserite nella lista Ateco possono chiedere alle prefetture una sospensione nell’applicazione del Dpcm dell’11 di marzo. Ma questa misura dà comunque almeno una unità di grandezza sull’impatto presunto o presumibile dalle norme imposte per contenere il coronavirus.Al contrario nei settori rimasti invece attivi non si tengono in considerazione eventuali minori ricavi, o cancellazione di ordini o ritardi nelle consegne e nella produzione dovuti al fatto che, al di là dei numeri nudi e crudi, quella del Covid-19 è una economia dimidiata. L’Istat nella sua memoria scrive: «È doveroso premettere che l’Istituto alla data odierna non dispone ancora di informazioni in grado di quantificare l’impatto sull’economia italiana delle misure introdotte per contrastare l’emergenza sanitaria». La materia è talmente vischiosa che come spiega Gregorio De Felice, il capo economista di Intesa Sanpaolo, «le previsioni sugli impatti economici dipendono da un ampio numero di variabili che oggi si presentano estremamente incerte».Certamente, spiega lo studioso, «avremo una severa fase recessiva che però potrà essere temporanea e seguita da un rimbalzo, speriamo, tra la fine dell’anno e il 2021». 

L’obiettivo principale deve essere quello di evitare le chiusure delle attività produttive, marca ancora, evitando le chiusure, «eviteremo anche un rialzo della disoccupazione e tensioni sociali». In aiuto alle imprese sarà anche il loro essere bancocentriche (una volta tanto). «Oggi, questa situazione rappresenta un punto di forza perché, in condizioni di così forte tensione, è più semplice ottenere liquidità, moratorie e supporto dalle banche che non da investitori che possono smobilizzare le posizioni in qualche secondo». De Felice suggerisce di affidarsi all’effetto freeze: «Dobbiamo permettere al nostro sistema produttivo una sorta di ibernazione per superare indenne il blocco produttivo necessario a sopprimere la diffusione del virus. Superato questo periodo, le nostre aziende ripartiranno con forza e desiderio di fare bene e saranno apprezzate sui mercati internazionali. Il made in Italy non scompare per un virus».-

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