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Mose, il test funziona ma 6 paratoie restano su Conte: «Ultimo miglio»

Fonte: La Nuova Venezia del 11-07-2020

Non è bastata la benedizione di don Alessandro, parroco di Treporti. La sabbia non ha avuto riguardo nemmeno del Presidente del Consiglio. E le sei paratoie non sono tornate nei loro alloggiamenti, sul fondo, com’era già successo la settimana scorsa. «Abbiamo un problema della sabbia, dobbiamo risolverlo», aveva spiegato il progettista Alberto Scotti al premier Giuseppe Conte appena sbarcato sull’isola artificiale del bacàn. Poca cosa, si dirà, rispetto all’eco mediatica della cerimonia di ieri. Le 78 paratoie del Mose, nelle quattro barriere di Treporti, Lido, Malamocco e Chioggia, sono state sollevate per la prima volta tutte insieme. Ci hanno messo un’ora e 37 minuti, più del doppio di quanto previsto dal progetto. Ma l’effetto è riuscito. Applausi dalla motovedetta della Guardia Costiera dove le autorità hanno seguito il “test” a pochi metri dalle paratoie sollevate. Il bottone lo ha premuto l’amministratore straordinario del Consorzio, Francesco Ossola. A gruppi di quattro per ogni bocca di porto le paratoie sono state riempite d’aria, fino a sollevarsi tutte insieme. Operazione avviata alle 10.48, conclusa con l’ultima paratoia di Malamocco alle 11.25.Cerimonia solenne. Anche se il premier Conte ha ridimensionato il carattere di “inaugurazione”. «È un test», scandisce. Anche se il primo con tutte le paratoie insieme. Ma in condizioni di mare assolutamente calmo. Tutt’altro dalla burrasca simil tropicale e del 12 novembre, con onde alte tre metri e venti a 100 chilometri l’ora. «Test ce ne saranno ancora», dice il Presidente, «in tutte le condizioni di mare». Rende l’onore della armi ai dimostranti in barca, tenuti lontani da elicotteri e motovedette. «Capisco le proteste, ma adesso sarebbe assurdo fermarsi. Siamo all’ultimo miglio, l’opera va conclusa. E tutti dobbiamo sperare che funzioni». 

Il Mose non è finito, e ancora non funziona. Ci sono problemi e criticità, a cominciare dai depositi di sabbia. Allora perché questa “inaugurazione” solenne?Conte spiega che il governo si era preso un impegno, dopo l’aqua granda del 12 novembre 2019. E adesso intende mantenerlo. La commissaria Elisabetta Spitz, che ha organizzato l’evento, assicura che per novembre il Mose potrà funzionare per le acque alte e altissime. Un chilometro e mezzo di dighe che oggi funzionano», dice Conte, «siamo venuti qui per toccare con mano e vedere come procedono i lavori. Un approccio laico e pragmatico, per un’opera che non abbiamo progettato noi, rallentata dalla corruzione e dal malaffare».Ma allora, perché? Si dice che il governo abbia voluto dare un segnale forte. Della necessità di completare un’opera che Conte definisce «poderosa». Per richiedere all’Unione Europea finanziamenti adeguati. Ieri, dopo un sopralluogo con il sindaco a Pellestrina, il premier è volato a Bruxelles. Missione “diplomatica”, dunque. Per trovare non soltanto i 600 milioni che mancano al completamento del Mose. Ma anche i 200 necessari alla sua manutenzione per i prossimi due anni, altri 100 per riparare tutti i guai e i guasti scoperti .Intanto il premier incassa. Cita Broskij (forse senza sapere che un suo libro edito dal Consorzio era stato una strenna natalizia nel periodo Mazzacurati). «Abbiamo stanziato come governo 106 milioni dopo l’aqua granda del 2019», dice, «ma non è con i risarcimenti che si risolvono i problemi. Dobbiamo fermare l’acqua alta. Per questo speriamo che adesso il Mose possa finalmente realizzare la sua funzione».

Nell’isola di cemento, fra compressori e cantieri, premier e ministri camminano per raggiungere la “control room”. Da qui i tecnici coordinano le operazioni di movimentazione del sistema. A un certo punto le autorità si imbarcano sulla motovedetta della Guardia costiera. Ma le ultime paratoie tardano a sollevarsi, per via degli strumenti non ancora tarati. La schiera di Treporti (21 paratoie) si solleva tutta intorno alle 12.15. Sono le paratoie più vecchie, interessate dalla corrosione e dalla perdita della vernice protettiva. E anche dalla sabbia, che ne ha bloccato la discesa negli ultimi test. Quattro di quelle verso Punta Sabbioni, luogo dal toponimo evocativo, non si sono riposizionate nei cassoni in calcestruzzo sul fondale. «Sono rimaste sollevate per qualche grado, circa un metro e mezzo», confermano i tecnici. Altre due non si sono “chiuse”, rialzate di circa mezzo metro. Inconveniente segnalato da tempo. «Fin dal 2006», dice il professore di Idraulica, Luigi D’Alpaos. Ma nei cassoni non sono stati inseriti strumenti per la pulizia da sabbia e sedimenti. E la rimozione del materiale dovrà essere fatta ogni volta grazie a una sorta di robot, anche questo dai costi piuttosto elevati.Ma di tutto questo ieri non si è parlato. L’importante era far vedere al mondo (e all’Unione Europea) che il Mose non è soltanto scandali e ruggine. Ma può funzionare. Adesso i test continueranno per riuscire a concludere l’opera e a collaudarla nei tempi annunciati. Cioè il 31 dicembre del 2021. 

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