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Mose, lite sulla riserva da 21 milioni

Fonte: Il Gazzettino del 05-03-2020

Che fine hanno fatto i soldi che il Consorzio Venezia nuova è tenuto, in base alla legge 114 del 2014, a trattenere dagli utili spettanti alle aziende per poi accantonarli in un apposito fondo di garanzia, necessario a coprire le eventuali spese e i risarcimenti che potrebbero essere stabiliti alla fine dei processi sullo scandalo Mose?

L’ESPOSTO

A chiederlo è Romeo Chiarotto, presidente del Consortile Venezia Lavori (Covela) che, nelle settimane scorse, ha depositato un esposto alla Procura della repubblica di Venezia, nel quale sollecita i magistrati ad approfondire la questione. L’imprenditore novantenne, per anni alla guida della Mantovani costruzioni, evidenzia come Covela abbia subìto trattenute pari a circa 16 milioni e mezzo di euro, e altri 5 milioni sono stati trattenuti dagli utili spettanti ad altre imprese impegnate nei lavori per la realizzazione del Mose: 2.3 milioni alla Mantovani spa, 2.5 milioni ad Astaldi Spa, oltre 200 mila euro a Treporti Ormeggi Pesca scarl e 100 mila euro ad Arzanà Nuovo scarl. Per un totale di poco meno di 22 milioni di euro. Chiarotto ha analizzato i bilanci del Consorzio Venezia nuova (Cvn) depositati finora, dal 2016 al 2018, e sostiene che risulta annotato, in uno speciale Fondo Decreto L. 90/14, unicamente la somma di 564 mila euro. Dei rimanenti 21 milioni, secondo l’imprenditore (e il commercialista che per suo conto ha analizzato i bilanci) non vi è traccia: ciò significa che non sono state accantonate le somme trattenute dagli utili delle aziende, si domanda Chiarotto.

LUNGA CONTROVERSIA

La questione delle trattenute è piuttosto delicata e dal 2014 in poi è stata oggetto di una dura battaglia giudiziaria: Covela ed altre imprese socie del Cvn le ritengono infatti ingiustificate e presentarono ricorso al Tar Lazio che, nel 2016, annullò il decreto con cui il prefetto di Roma aveva dato attuazione alla legge 114 del 2014. Poi, però, il Consiglio di Stato, nel 2017, ha ribaltato la decisione, confermando la validità della trattenuta sugli utili delle aziende nonché il successivo loro accantonamento. In particolare i giudici amministrativi scrissero che è da ritenersi per i commissari attività totalmente vincolata e obbligatoria, evidenziando come tale fondo abbia l’obiettivo di garantire la percezione di somme o beni che, all’esito del procedimento penale, fossero eventualmente confiscati. Qualora i procedimenti si dovessero concludere senza alcuna confisca, sottolineava il Consiglio di Stato, quanto accantonato andrebbe restituito agli aventi diritto (ossia distribuito come utile temporaneamente congelato). 

SERVE CHIAREZZA

Dunque Covela vuole essere sicuro che quei soldi siano conservati dal Cvn, nell’ipotesi di poterli in futuro incassare. Quando scoppiò lo scandalo Mose, il prefetto di Roma nominò quali commissari del Cvn Luigi Magistro e Francesco Ossola, al quale fu aggiunto, dal 2015, Giuseppe Fiengo. Quindi, nel marzo del 2017, Magistro ha rassegnato le dimissioni dalla carica e nel 2019 è stato nuovamente nominato un terzo amministratore straordinario nella persona di Vincenzo Nunziata, che ha annunciato recentemente l’intenzione di dimettersi. Le trattenute, determinate nel 10 per cento degli utili da varsare alle imprese in occasione di ogni stato di avanzamento lavoro, secondo Chiarotto sono state effettuate principalmente nel periodo in cui erano in funzione Ossola e Fiengo. I commissari, conclude il presidente di Covela, non hanno mai fornito spiegazioni in merito all’accantonamento. E ora Chiarotto chiede che sia la Procura a fare chiarezza.

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