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Mose, soldi finiti: saltano gli stipendi

VENEZIA Con i soldi che servivano a saldare gli stati di avanzamento lavori delle ditte del Mose sono stati invece pagati gli stipendi dei dipendenti del Consorzio Venezia Nuova per quasi un anno. E non si parlerebbe dei classici «bruscolini», ma di quasi 10 milioni di euro. Ora però non ci sono più nemmeno quelli: in cassa c’è meno di un milione e ieri i commissari Giuseppe Fiengo, Francesco Ossola e Vincenzo Nunziata (che non ha firmato) hanno scritto ai sindacati che da marzo non saranno più in grado di pagare gli stipendi né ai dipendenti del Cvn, né a quelli di Comar e di Thetis, società collegate. E che verranno messi «in solidarietà», con una riduzione dell’orario di lavoro del 60 per cento ( e conseguente dimezzamento dello stipendio), con punte fino al 100 per cento «nei casi di interruzione di alcune attività».

Intorno al Mose si è arrivati dunque al redde rationem, a una sorta di tutti contro tutti. Da un lato ci sono le piccole e medie imprese consorziate, che da un mese minacciano di bloccare lavori e test di sollevamento delle paratoie, mettendo così a rischio la promessa del nuovo supercommissario Elisabetta Spitz: ovvero che a fine giugno si possano provare tutte e quattro le schiere assieme, con l’obiettivo di chiudere le dighe mobili per proteggere la città già dall’autunno in caso di acque alte eccezionali. E questa, dopo tante minacce, pare la volta decisiva: ieri i rappresentanti delle imprese hanno chiesto ai commissari del Cvn di convocare per domani un comitato consultivo urgente, con un unico ma eloquente punto all’ordine del giorno: «Fermo cantieri e sollevamenti dall’1 marzo 2020», è scritto nella missiva firmata da Devis Rizzo, Massimo Paganelli, Renzo Rossi, Giovanni Salmistrari, Giacomo Calzolari e Luigi Chiappini. E il motivo della preoccupazione è proprio il fatto che questo «dirottamento» dei soldi dai cantieri ai cosiddetti «costi di struttura» del Consorzio stia portando allo stallo anche della soluzione che era stata trovata: ovvero un decreto firmato dal provveditore reggente Cinzia Zincone che consentiva di usare alcuni fondi (una ventina di milioni) stanziati per gli impianti per «interventi diversi». Perché quei soldi sono già stati pagati.

Dall’altra parte c’è lo scontro istituzionale che mai ha toccato vertici simili. Nella lettera con cui lo scorso 21 febbraio l’architetto Spitz – «d’intesa» con Zincone – ha risposto alle prime proteste delle imprese, ha tenuto a precisare che il rapporto con loro è «esclusiva e doverosa responsabilità degli amministratori straordinari», scaricando di fatto su di loro la questione. E non pare un caso appunto la mancata firma di Nunziata, nominato lo scorso novembre, che pare aver formato un asse con Spitz, che l’aveva incontrato da solo proprio prima di annunciare lo sblocco dei fondi, che però pare destinato a finire nel nulla. Per tutta risposta la lettera di ieri sera ai sindacati di Fiengo e Ossola si apre citando «i mancati pagamenti più volte richiesti al Provveditorato » , altro scaricabarile. Il braccio di ferro, soprattutto tra Fiengo e Zincone, è quello di considerare ormai superata la fase dei lavori – quando le spese del Consorzio erano pagate con un «aggio» del 12 per cento sui lavori, ora ridottissimo – e iniziata quella di avviamento, dove lo Stato dovrebbe pagare «a piè di lista». Ma l’ex Magistrato alle Acque chiede di ridurre quei costi, oggi intorno ai 20 milioni l’anno, di cui 7 per i dipendenti e 2 per i consulenti. Troppi anche per le aziende consorziate, che infatti lo contesteranno ai commissari nell’incontro di domani, chiedendo tagli consistenti.

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