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“Museo M9, quel progetto andato in frantumi. Il dialogo ora è difficile”

Fonte: La Nuova Venezia del 28-03-2020

Giuliano segreIl momento è quello che è: ingaggia comportamenti personali e collettivi, esprime in ogni lingua timore e fiducia, congela la quotidianità in ore vuote. Ma un giorno dopo c’è sempre ed elementi per allora vanno formandosi oggi. Ecco perché voglio aggiungere qualche riga a quelle che nelle edizioni recenti del giornale sono comparse sul progetto M9. Proprio il presente dramma mondiale chiede di non sbagliare le politiche, anche quelle della cultura che, con la scienza, regge il futuro. Il progetto è localizzato nella Venezia metropolitana, che già si sta manifestando, e narra con frammenti di storia quanto sarà necessario conoscere per non regredire. La sua dinamica economica non può discostarsi da quella del territorio: credo che molto sia già evidente e altro troverà posto nel rapporto che la stessa Fondazione di Venezia ha chiesto a una compagnia di analisi organizzative per tamponare le falle nei processi operativi. Dal primo luglio 2015 ho sempre taciuto in pubblico, solamente richiamando il progetto originario, che tuttavia ho visto progressivamente frantumare. 

Tre anni fa sono stato definitivamente espulso dal progetto e, come tanti altri, allontanato dalla quotidianità, leggendone i percorsi solo sui giornali. Il ruolo del “past president” non fa parte di alcune culture aziendali: qui è stato proprio sotterrato. Ma quando la gestione si contorce nell’ incertezza, nominando sette amministratori delegati in meno di cinque anni in Polymnia srl, ora nobilitata District srl (?), il rovescio è alle porte.Oggi perciò diventa difficile riprendere il dialogo che coinvolse molti nei primi anni duemila e che alla mia uscita ho lasciato all’Advisory Board guidato da Cesare De Michelis. Il professore e cavaliere del lavoro a sua volta lo consegnò al nuovo presidente nella formula attuale: otto grandi “stanze” digitali espositive della storia nel secolo ventesimo, con riferimento a momenti e luoghi italiani. Nessun chiodo al muro, ma rilettura degli eventi e dei pensieri, elaborata da sé dal visitatore. Nessun chiodo nel muro del museo: come avrebbe potuto il nuovo arrivato aggiungersi ai più di quaranta luoghi della memoria, che già oggi conservano una anamnesi di così alta qualità e pervasività come quella di Venezia e dei suoi 1500 anni di vita? Perciò – si disse – il nuovo museo non deve essere un luogo di custodia ma una macchina di diffusione anche critica della lettura storica. Non un curatore, ma un editore. 

E così, come per tutte le macchine editoriali, nuove materie o nuovi pensieri avrebbero potuto aggiungersi, accogliendo e integrando quanto i colleghi hanno recentemente indicato sul suo giornale. Ma nulla di ciò è stato. Una falce mortifera ha stroncato la fondazione nata nel 1968, che negli accordi avrebbe dovuto essere il museo, e il comitato tecnico-scientifico, che avrebbe dovuto proseguire nel supporto qualitativo. Sostituiti entrambi da uno strumento uguale: una fondazione rimpicciolita e gregaria, un comitato scientifico nominato e poi silenziato.Perciò, hanno ragione i colleghi nel messaggio che sembrano inviare alla responsabilità dell’organo politico della Fondazione di Venezia: il futuro che ci aspetta è spietato, chiederà grande positività. 

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