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Precari e sbandati Una casa dall’Ater per scongiurare il pericolo sociale

Fonte: Il Gazzettino del 01-04-2020

Stare a casa per evitare di essere contagiati d’accordo, ma c’è chi una casa dove andare non ce l’ha. Per tanti motivi: perché è separato e ha perso il lavoro e quindi anche il letto dove dormiva, o perché vive di espedienti, sopra e sotto la linea di galleggiamento, e con i guadagni di un lavoro in nero si pagava l’alloggio ma ormai neanche il lavoro nero c’è più.  E, ancora, perché è l’unico sostegno di una famiglia numerosa e già normalmente non arriva a coprire le spese della quarta settimana del mese, a volte anche la terza, così va a mangiare alla mensa dei poveri.

IL RISCHIO

«Molte di queste persone che vivono costantemente ai confini tra sopravvivenza e indigenza, rischiano di diventare anche un pericolo sociale. Se uno ha fame non c’è niente che possa fermarlo» afferma Raffaele Speranzon, presidente dell’Ater di Venezia che, dopo aver messo a disposizione 87 alloggi vicini ai centri ospedalieri Covid-19 per gli operatori sanitari, ha deciso di fare un altro passo in più. «Ho detto al Comune che se ha segnalazioni dai Servizi sociali di particolari situazioni delicate, posso dare una mano almeno per l’appartamento dove sistemare temporaneamente queste persone e soprattutto famiglie: se hanno figli e non sanno come sfamarli potrebbero essere pronte a tutto, anche a fare cose pericolose per la società». In questo periodo, oltretutto, monitorare queste situazioni diventa ancora più difficile perché gli uffici hanno ridotto il personale per evitare contagi «ma questo porta anche a una compressione del servizio, e per le marginalità sociali diventa un problema più grosso ogni giorno che passa». Tra l’altro alcune delle mense dei poveri hanno chiuso proprio per evitare assembramenti e possibili nuovi malati che andrebbero a pesare su un sistema sanitario pubblico già sotto stress: così chi deve mangiare e non ha soldi per pagarselo non può andare alla mensa dei Cappuccini, né a quella di Altobello, mentre quella più grande del territorio, Ca’ Letizia di via Querini, in questo periodo serve solo il pranzo e, proprio perché le vicine sono chiuse, ha aumentato il numero dei pasti da 120 a 140; difficoltà anche per i dormitori che, per rispettare le misure di sicurezza, hanno dovuto ridurre la capienza. «È un problema che tocca da vicino le famiglie più povere ma anche i senzatetto, gli sbandati che, in periodi normali, riescono sempre in qualche modo ad arrabattarsi e a procurarsi i soldi per mangiare: spazzano il ristorante, aiutano qualche negozio a tenere in ordine gli spazi all’aperto ma da settimane non c’è più un centesimo per nessuno – continua Speranzon -. È giusto pensare a come fermare la gente che non resta a casa, e affibbiare pure 3 mila euro di sanzione a chi non rispetta i divieti e le restrizioni ma a queste persone che girano e non sanno dove andare cosa fai, gli dai la multa? Oltre alla repressione bisogna pensare, insomma, anche alla parte solidale».

NUOVE EMERGENZE

E la situazione si è aggravata perché, ai senzatetto e alle famiglie in difficoltà con redditi insufficienti a mantenersi per l’intero mese, in questo periodo si aggiungono i lavoratori del turismo, quelli che non hanno contratti a tempo indeterminato e che sono stati i primi a essere lasciati a casa. «Prima per tirare avanti smettono di pagare l’affitto e poi, quando non è più sufficiente, qualche cosa devono pure inventarsela – conclude il presidente -. Ecco, per evitare che quel qualcosa diventi pericoloso per la società, siamo pronti a collaborare anche come Ater».

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