Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

Progetti, materiali, costi: quanti errori Mose, lo scandalo non è ancora finito

Fonte: La Nuova Venezia del 09-05-2020

L’uragano arriva all’alba del 4 giugno 2014. Trentacinque persone arrestate, altre settanta con avviso di garanzia per tangenti e corruzione, sequestri patrimoniali per milioni di euro. Tra loro nomi illustri della politica come l’ex presidente della Regione Giancarlo Galan e il suo assessore Renato Chisso, i presidenti del Magistrato alle acque Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta, imprenditori, funzionari.Con qualche anno di ritardo, la prima repubblica è finita anche per il Mose Un sistema blindato, che aveva attraversato indenne trent’anni di storia italiana. E alla fine ha ceduto. Si scopre che molti dei pareri positivi firmati per attestare la validità della grande opera erano stati “aiutati” dalla corruzione. Collaudi e controlli pilotati per non intralciare il cammino del Mose. Qualcuno veniva stipendiato in nero ogni mese per garantirne la collaborazione. Un sistema che alla fine doveva assicurare il consenso, eliminare ogni ostacolo. (…)La svolta arriva con la scoperta delle fatture false. Dimostrano che intorno al Mose c’è un giro di tangenti enorme. L’onnipotente presidente, l’inventore del Mose Giovanni Mazzacurati, ha un libro-paga infinito. Viene arrestato e racconta una storia inedita. I suoi appunti non si trovano, lui ricostruisce a memoria. Accusa e fa l’elenco di tutte le persone che ha pagato nel corso degli anni. Alla fine otterrà il passaporto per tornare negli Stati Uniti, nella sua villa di La Jolla, in California, e riuscirà anche a evitare il processo. È morto nel 2019 portandosi via molti segreti. 

«Il Consorzio ha subito nel 1992 una sorta di mutazione genetica», aveva raccontato Piergiorgio Baita nella prima intervista rilasciata alla «Nuova Venezia» il 6 giugno 2014, due giorni dopo la retata. «Una struttura che distribuiva soldi per tutto». La Fenice e il Patriarcato, i concerti, le fondazioni dei politici. I libri in carta patinata, le mostre, consulenze, viaggi, ospitalità per almeno cento milioni l’anno.(…)Finisce un’epoca. E si scopre che dietro il monolite che fabbrica – e paga – il consenso, si celano molte crepe, anche di natura tecnica. La corruzione del Mose non ha nemmeno garantito la completezza e la sicurezza dell’opera. Grande è il potere del Consorzio. I lavori sono fatti in regime di monopolio, senza gare e senza concorrenza. E fatti male. Come la conca di navigazione a Malamocco, aggiunta dal Comune tra gli 11 punti come condizione per dare il via libera al Mose nel 2003. Megaopera da 330 milioni di euro, che doveva «garantire la separazione tra salvaguardia e portualità». Distrutta alla prima mareggiata e mai aperta. E troppo piccola per le navi di ultima generazione. I tubi, rapidamente ossidati sott’acqua, le muffe, cedimenti e infiltrazioni, le cerniere corrose, con steli e tensionatori che vanno già sostituiti dopo tre anni. Secondo il progetto dovevano durare un secolo. (…)Infine, la grave sottovalutazione dei costi di manutenzione di un’opera progettata per stare sempre sott’acqua. Sabbia e detriti, corrosione. Manutenzione infinita. Che costerà almeno 100 milioni di euro ogni anno. 

Nel progetto ne avevano previsti meno di 20. Cause milionarie adesso, da una parte e dall’altra. Le imprese vogliono essere risarcite per i presunti danni «da mancati incassi». Chiedono addirittura i danni agli amministratori straordinari (180 milioni di euro) per «avere fatto gli interessi dello Stato e non delle imprese». Perché il sistema allora funzionava così: i lavori non venivano assegnati con gare d’appalto, ma in proporzione alle quote azionarie di proprietà delle varie aziende. Che poi subappaltavano. (…) Per far contenta l’Unione europea, che aveva chiesto di mettere a gara almeno le forniture dei materiali, le tre grandi sorelle (Mantovani, Grandi Lavori Fincosit e Condotte) fondano una società, la Comar srl (Costruzioni Marittime Arsenale), che dovrebbe fare finalmente le gare. (…)È passato più di mezzo secolo dal 1966, e le opere di difesa sono fatte solo in parte. La grande diga ha succhiato in questi anni i fondi destinati alla salvaguardia di Venezia. Cancellando tutto il resto: le insulae e le difese locali, i rialzi della pavimentazione, lo scavo dei rii e la manutenzione della città, la cura della laguna. E il rialzo di San Marco (…) La grande opera più costosa d’Italia, pagata interamente dallo Stato. Travolta dagli scandali e dagli errori, frutto di un monopolio che ha prodotto solo guai. Che ancora oggi (…) non è ancora conclusa né collaudata. Insomma, non siamo ancora certi che funzionerà.Lo scandalo non è finito.se

Show CommentsClose Comments

Leave a comment

Grazie, l'iscrizione è avvenuta con successo. Controlla la tua mail e clicca sul link per confermarla.