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“Qui può nascere un polo nazionale del mondo digitale”

Fonte: Il Gazzettino del 23-04-2020

Un polo della digitalizzazione a livello nazionale e internazionale. Ecco uno dei possibili futuri per la Venezia del dopo Covid 19. È la proposta di Gianfranco Perulli, avvocato veneziano, docente di diritto amministrativo allo Iuav, studioso e sostenitore della Città metropolitana. Nel dibattito che si è aperto sull’avvenire della città non teme di lanciare idee forti, che sembrano impossibili, come la defiscalizzazione del lavoro giovanile nel settore digitale a Venezia, perché, sostiene, questa è la direzione del rilancio, per «trasformare il negativo in positivo».
Professore, come uscirà Venezia da questa crisi?
«Parlo nella mia ottica di avvocato amministrativista. In linea generale c’è una situazione di attesa. Bisogna andare per gradi. Ora bisogna stare agli ordini amministrativi, alle regole sanitarie, ai fatti. Il cittadino veneziano, in questo senso, si sta comportando molto bene».
Ma c’è grande incertezza sul futuro di una città tanto legata a un settore colpito come il turismo…
«Dal mio punto di vista, senza fare discorsi sulla monocultura turistica, mi soffermerei sulla realtà del lavoro a distanza. Un nuovo mondo che si sta sviluppando e che più d’uno sento dire essere intenzionato a continuare anche quando l’emergenza sarà finita. Venezia è una città perfetta per questo nuovo mondo che coinvolge pubblica amministrazione e imprese. Ci sono nuove norme a riguardo, penso al codice dell’amministrazione digitale, e nuovi strumenti. Venezia può diventare un punto di riferimento per la digitalizzazione nazionale e internazionale. É una città storica, di grande prestigio internazionale, con strutture alberghiere, ospedali, servizi. Una città ben diretta e ben organizzata, con società pubbliche valide. Venezia può diventare davvero un polo nazionale e internazionale della digitalizzazione».
In concreto questo cosa significa?
«A Venezia possono essere collocati bitcoin, smart, piattaforme digitali. Ad esempio, per gli appalti pubblici, nella bozza di regolamento che sostituirà le linee guida dell’Anac, si parla di una piattaforma nazionale. Perché non collocarla qui? O perché non portare a Venezia pezzi dell’Unione europea legati a questo mondo digitale. Accanto al turismo, che andrà rilanciato, potrebbe essere una nuova dimensione per la città in chiave metropolitana. Penso alla Patreve, anzi al Nordest, perché queste sono le prospettive future, dove Venezia può continuare ad avere un ruolo di capitale».
Idea affascinante, ma finora il turismo si è mangiato tutto il resto. Perché il polo della digitalizzazione non dovrebbe fare la stessa fine?
«In questo momento il turismo va aiutato attraverso mestieri nuovi. Il turismo resta la vocazione principale di Venezia. Ma nuove attività possono portare anche un po’ di residenza, non moltissima: dirigenti pubblici, tecnici altamente qualificati, personale ministeriale… E riqualificare la residenza aiuta la città, anche sul fronte del turismo. Un minimo di ripopolamento è assolutamente necessario».
Come procedere per arrivare a questo obiettivo?
«Lancerei una proposta, quella di puntare sul lavoro dei giovani che potrebbero essere la forza trainante di questo mondo digitale. Basterebbe un provvedimento ad hoc per rendere questo tipo di lavoro giovanile totalmente esentasse, senza oneri fiscali a Venezia. Un provvedimento del genere potrebbe essere fatto domani mattina».
Questo andrebbe contro la libera concorrenza europea, come la vecchia vicenda degli sgravi contribuitivi ha insegnato. Perché l’Europa stavolta dovrebbe consentire un trattamento particolare per Venezia?
«Qui si parla di lavoro a distanza. Oggi le strutture europee sono concentrate tra Bruxelles e Strasburgo. Questo sarebbe un nuovo modo di lavorare. E in questo caso il provvedimento dovrebbe partire dall’Europa. Sarebbe un modo per rilanciare l’europeismo e aiutare Venezia e l’Italia, così colpita».
Chi deve attivarsi per questo?
«In questo momento bisogna usare chi ha già il potere amministrativo. Non vanno create nuove situazioni. Credo ci sia il totale interesse di andare in questa direzione. È un modo di risolvere i problemi cruciali del lavoro, di rilanciare l’economia vera. Bisogna trasformare le situazioni negative in positive. Questo può essere un modo».

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