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“Ridurre i costi del museo delle mostre”. M9, parla Brunello “Errori sul chiostro”

Fonte: La Nuova Venezia del 16-03-2020

Il presente e il futuro del museo M9 continuano a preoccupare. Ne parliamo con il presidente della Fondazione di Venezia, Giampietro Brunello, che ha finanziato il museo. Partiamo dall’ultimo consiglio di amministrazione. «Vorrei chiarire, perché c’è stata della disinformazione, che il documento esposto nell’ultimo Cda, non porta nulla di nuovo rispetto ai molti contributi che avevamo già inviato nei mesi scorsi agli advisor ma è solo una sintesi sistematica degli stessi. Lo testimonia la lettera con cui ho accompagnato l’invio. In concreto ho ritenuto che informare il Consiglio di Amministrazione, organo di gestione della Fondazione, su come stavamo tutti collaborando con gli Advisor fosse un atto dovuto. Tant’è non c’è una delibera finale ma una presa d’atto».La relazione finale degli Advisor è attesa per il 27 marzo. Ma i conti non tornano e i biglietti sono troppo pochi.«Purtroppo. La Fondazione aveva previsto di sostenere delle perdite, fino a due milioni in media per anno, ma per un tempo limitato di tempo. Dopo il primo anno era previsto di dover intervenire per adeguare la struttura ed i relativi costi e aggiornare i contenuti del Museo ma ci troviamo nella necessità anche di dare una destinazione più opportuna all’area del convento che inizialmente era destinato interamente a Centro Commerciale. E questo con idee e soluzioni anche nuove per garantire l’autosufficienza di museo e distretto. Il contributo degli advisor sarà essenziale sotto questo profilo partendo dalla necessità che nel brevissimo termine, credo, sia utile contenere i costi oggi troppo elevati rispetto all’attuale dimensionamento del museo portandoli al livello di sostenibilità. E dobbiamo guadagnare tempo per attuare il rilancio.Faccia esempi pratici. «Subito. Per il sistema della biglietteria e di assistenza museale nelle sale, nel 2019 abbiamo speso 900.000 euro che, in conseguenza dell’effetto della indetraibilità dell’IVA per il museo, con i 198 mila euro di IVA, pagati su 900 mila di costo, vede i costi salire a 1,098 milioni. Credo sia evidente che si debba riconsiderare questa situazione e intervenire prima possibile. In questo, come in altri casi, si tratta solo di dimensionare i costi alla effettiva realtà non solo del museo ma anche dell’intero comparto. E questo non significa stravolgere alcunché e nemmeno fare gli amministratori contabili ma essere, come è stato richiesto, amministratori di cultura nel senso vero dell’espressione. Gestire e garantire un futuro alle iniziative, anche culturali, e questo si ottiene, ripeto, solo rendendole sostenibili per chi paga. Soprattutto quando chi paga è chi possiede un patrimonio della intera città metropolitana. Con 54mila visitatori effettivi rispetto ad un obiettivo di 200.000 che, anche per vincoli strutturali di accessibilità, si sono riscontrati irrealizzabili, i costi del museo non possono non essere ridimensionati. Poi un’altra cosa non è compresa».Spieghi.«Io non voglio mandare via nessuno e sicuramente non il direttore del museo. Ma va cambiato passo. Le mostre temporanee del 2019 ci hanno fatto perdere più di 500 mila euro di cui 336 mila la sola mostra sui tatuaggi. Questo non significa eliminare le mostre temporanee. Significa cambiare approccio, fare mostre temporanee coerenti con l’identità del museo. E questo evidenzia la necessità di definire, prima, una precisa identità del museo, integrando i contenuti con le grandi scoperte e gli eventi che hanno caratterizzato il secolo ventesimo: l’evoluzione della fisica, la conquista del cosmo, la medicina e la chirurgia o la costituzione dell’Europa Unita. Ma anche qui, occorre accelerare nei tempi di realizzazione e di allestimento così come servono risparmi subito altrimenti si perde anche il 2020».L’altro problema è far funzionare il distretto che si svuota.«Vero. Il contenitore non è idoneo per l’utilizzo previsto all’origine, non certo per colpa dei progettisti che hanno fatto quello che chiedeva la committenza. Il piano terra doveva diventare una grande area commerciale per il food: con pub, gelaterie, bar, cioccolaterie, attività specializzate e di grande attrazione che potevano sfruttare il chiostro coperto. Mancano aspiratori e scarichi per i fumi. In fase di costruzione si potevano ottenere i permessi della Soprintendenza. Se si fosse intervenuti all’inizio, il piano terra sarebbe più vivo e quindi con maggiore capacità di attrazione, contando anche su uno spazio di plateatico coperto utilizzabile tutto l’anno. E i numeri del bistrot 9, che da solo arriva a 900 mila euro l’anno, dimostrano che la scelta da fare era questa. Ora con le sole disponibilità che derivano dai risparmi del progetto, si potrebbe intervenire per realizzarli ma il problema è che il Chiostro, come tutto il convento, è vincolato. Va trovata una soluzione visto che il ristorante al secondo piano è stato chiuso».Ma qualcosa si muove?«Quel che posso dire è che pensiamo di riempire gli spazi vuoti con attività di coworking e di società di forte interesse per il nostro territorio. Ma abbiamo una richiesta di riapertura del ristorante, con l’interesse di una catena che intende ampliarsi. Un’altra proposta che ci è arrivata è di trasformare quello spazio in uffici. Ci stiamo lavorando. Ma sicuramente è adesso il tempo delle scelte».

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