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«Riscopriamo la produzione locale di livello»

Fonte: Il Gazzettino del 09-04-2020

Renata Codello, lei è stata sovrintendente ai beni architettonici e paesaggistici a Venezia e ora è direttrice degli affari istituzionali della Fondazione Cini. L’economia veneziana è stata azzerata dalla doppia botta acqua alta-coronavirus. Ma questo, oltre a destare preoccupazioni, può anche essere un’occasione per ripensare la città…

«Mi pare che la monocultura turistica sia stata spazzata via in un istante e abbia messo in luce che buona parte della città non è più tale, il deserto di queste settimane mette in evidenza il paradosso che è una città di straordinaria bellezza priva del suo valore nel momento in cui nessuno la percorre/guarda».

Quali sono i valori su cui puntare, quindi, per ritornare in pied.
«Si deve tornare a riscoprire valori permanenti e non fluidi come questo tipo di cultura turistica. Bisogna rilanciare quello che abbiamo, con qualunque tipo di qualità che il territorio possa produrre».
Altri esempi?
«La Fenice. Nel momento paradossale in cui la fruizione dello spettacolo non è possibile, gli strumenti tecnologici le consentono di esser seguita come una star dell’opera. Ma anche il lavoro della Fondazione Cini che, in un momento in cui non è possibile accedere alle biblioteche, sfrutta l’online e consente agli studiosi di continuare il loro operato».
Questo potrebbe rendere ancora più attrattiva la città?
«Sì, i luoghi che si trovano qui aiutano a stare in casa con più piacere rispetto ad altre città, penso a quartieri come la Giudecca, dove si sta bene e sono stati fatti piani con qualità architettonica».
Però mancano i giovani.
«Agli studenti che stanno fuori dal centro storico perché la città è inaccessibile andrebbe dato il diritto di cittadinanza, fornendo prevalenza a valori di tipo qualitativo e non quantitativo».
Così facendo si potrebbe guardare al futuro?
«Lavorare sulla produzione intellettuale è ciò di cui avremo sempre più bisogno. Si deve invertire la polarità, non è l’uso che ci fornisce il risultato immediato, ma salvare e tutelare quello che abbiamo».
Che Venezia immagina, domani?
«Una città in cui i cervelli la facciano da padrone e il grande movimento di massa sia più contenuto a favore di attività di invenzione e produzione culturale».
Serve però una riprogrammazione.
«Le città che si devono reinventare necessitano di fattori di sostenibilità maggiori, uno delle icone dei nostri decenni, andare dappertutto, non è più tale, dovremo tornare a localizzare, quello che si dice glocal, cioè locale rivolto al mondo. C’è la possibilità di un’identità geografica, capace di rivolgersi a tutti stando nel posto. Non importa più portare qui milioni di persone perché fa implodere la città, come si è visto».
Quali risorse bisogna attirare?
«Per me ciò che conta è la pluridisciplinarietà più che l’interdisciplinarietà».
Cosa può mettere in campo la Fondazione Cini?
«Tutte le sperimentazioni accessibili. Spesso abbiamo visto che i temi di cui si occupa la fondazione, cioè conservazione digitale, democrazia digitale, temi dialoghi di San Giorgio, non erano di moda all’epoca, ora invece si percorrono terreni sperimentali, che aprano nuove frontiere. Ad esempio il centro studi sul vetro, che nel giro di 7-8 anni ha digitalizzato gli studi e li ha resi disponibili a tutto il mondo».
Quali modelli ha elaborato la Cini?
«Torniamo a riscoprire le arti e la potenza ad esempio di un luogo come Murano. Le grandi produzioni vetrarie sono avvenute negli anni 20-30 periodi di crisi enorme. Il massimo sforzo avviene in periodo di grandi crisi. La Cini ha un modello enorme che è quello realizzato con le cappelle vaticane come dialogo tra ciò che è diverso, come senso di accoglienza. La ricchezza sta nel plurimo, nessuno si salva da solo. E l’altro mondo, che è homo faber, cioè l’uomo che può produrre, evidenzia la relazione umana e ciò che l’uomo può fare».
Si può pensare a una sorta di alleanza tra istituzioni per programmare e gestire il dopo?
«Penso che sarebbe davvero ora che ci fosse. Nel momento in cui risorse ed energie sono ridotte ai minimi termini».

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