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Smart working al 40 per cento e crollano gli incassi nei locali

Fonte: La Nuova Venezia del 12-07-2020

C’è chi la considera la modalità di lavoro del futuro. Consente un risparmio per le aziende e piace ai dipendenti. Nata da una necessità, organizzata in una manciata di giorni. Spesso ancora in piedi con le stesse modalità previste nella prima fase emergenziale. È lo “smart working”, di cui, nella provincia di Venezia, usufruisce tuttora il 40% dei lavoratori. Delizia per le aziende e per le famiglie. Croce per bar e ristoranti abituati a registrare la maggior parte degli incassi con le famose “pause pranzo”. E tavolini che, a lockdown terminato da mesi, continuano a essere per buona parte vuoti. Perché l’allerta rimane alta e, tutto sommato, con il lavoro a distanza, le aziende riescono a risparmiare parecchio. «La ristorazione sta pagando il prezzo più alto, con i locali costretti a sottostare a regole rigide, non seguite sui mezzi di trasporto o sulle spiagge» sostiene Maurizio Franceschi, direttore di Confesercenti Venezia. «È evidente che se una persona lavora da casa non farà colazione al bar, non andrà a prendere il caffè, non andrà a pranzo». 

A dare le misure del crollo è Massimo Zanon, presidente di Confcommercio Unione Metropolitana di Venezia: «Ad oggi, bar e ristoranti hanno ripreso per il 30-35%; se i lavoratori ritornassero in ufficio, negli ambiti urbani più importanti si potrebbe raggiungere il 45-50%. Ma va sottolineato che nelle pause pranzo si consumano pasti da pochi euro». Pasti a basso costo che, tuttavia, fino a una manciata di mesi fa erano incasso sicuro per parecchi bar e ristoranti di Mestre e Venezia, meno in provincia. Al “Perla”, celebre per i suoi tramezzini, il calo è stato quasi del 50%, così come ai “Fratelli la bufala” e al “bar Serena”: «Sia perché la gente lavora da casa, sia perché molti hanno ancora paura» spiega il gestore Francesco Bruni. Ed è simile la situazione nell’osteria “Al lupo nero”, sostiene Emanuele Busetto: «Qui venivano a mangiare gli impiegati di Tim e Vodafone, ora in smart working. E i dipendenti di Intesa Sanpaolo, in piazza Ferretto, invece in sede a rotazione».Le aziende ci hanno preso gusto. Gli uffici direzionali delle assicurazioni sono quasi tutti chiusi. Per le banche, servizio essenziale che non si è mai fermato, la questione è diversa. 

Qui a beneficiare dello smart working è circa il 25% dei dipendenti – le cifre sono più basse per le banche di credito cooperativo – a volte con un occhio di riguardo per chi ne ha bisogno. I dipendenti di Intesa Sanpaolo con figli con meno di 14 anni o genitori anziani, ad esempio, possono decidere di lavorare da casa. Negli uffici direzionali la percentuale di persone che usufruiscono del telelavoro schizza al 80. Percentuali estremamente alte si registrano all’Università (90%) e nei call center, settore dove ci sono aziende che hanno optato per lo smart working al 100%, altre al 40%, altre ancora per turni e orari scaglionati. Quanto agli operatori di telefonia, gli impiegati lavorano tutti da casa. In Comune, a usufruire del telelavoro è circa la metà dei dipendenti, mentre nell’ambito industriale vanno operate importanti distinzioni. E quindi operai tutti in sede, è ovvio; ma per gli impiegati è diverso. All’Eni, l’80% dei lavoratori (su un totale di oltre 250) continua a usufruire dello smart working; percentuale che scende a 50 per Italgas. Tornando a Eni, sul totale di 500 persone, il 70% degli impiegati lavora da casa almeno 3 giorni a settimana, mentre in raffineria la percentuale è dell’80, su una cinquantina di lavoratori. Alla Saipem, a usufruire del telelavoro è circa la metà dei 100 addetti.

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