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«Trasparenza» in Fondazione L’appello di Venezia Cambia

Fonte: La Nuova Venezia del 16-06-2020

«Trasparenza». È la richiesta sempre più diffusa sulla futura gestione della Fondazione di Venezia. Se ne fa interprete il movimento civico «Venezia Cambia», che ha inviato un promemoria a sindaco, assessori e consiglieri di amministrazione dell’ex fondazione Carive. La corsa per il nuovo presidente che dovrà succedere a Giampietro Brunello si risolverà in settimana (19 giugno) con la nomina da parte del Consiglio generale. Due i nomi più importanti in campo. Quello del rettore di Ca’ Foscari Michele Bugliesi, 58 anni, il cui mandato non rinnovabile a capo dell’Ateneo scade fra tre mesi; Paolo Costa, 77 anni anch’egli ex rettore, ma anche ex ministro, sindaco, parlamentare europeo, presidente del Porto, in pole position. E l’outsider, l’ex direttore di Unindustria Francesco Borga. Schieramenti non delineati. Costa sembra il favorito. «Ma il problema non è eleggere un presidente, ma ridisegnarne in toto il ruolo», attacca Marco Zanetti, rappresentante dell’associazione, «da Fondazione bancaria dovrebbe diventare una “Fondazione di comunità”. Prima dell’elezione del nuovo presidente dovrebbe esserci un dibattito in città, un confronto di programmi e di idee. Invece niente». Il decalogo prevede che della Fondazione si possa fare un «laboratorio per la città». «Dovrebbe essere in grado di costruire una rete con le associazioni culturali, preparare la Venezia del 2050» Dovrebbe anche, continua il documento, «costruire una finanza pubblico-privata trasparente. Far tesoro degli errori del passato come l’M9. 

E soprattutto scegliere il presidente con la città». Perché la Fondazione, nata nell’agosto del 1990 da un decreto dell’allora ministro del tesoro Giuliano Amato, amministra il patrimonio che fu dell’ex Cassa di Risparmio, privatizzata anch’essa. «I capitali che la legge le ha affidato che non derivano da lasciti», dice Nicola Funari, ex amministratore di Usl e Opere pie, «occorre una riforma radicale di queste fondazioni. Che devono in tempi di crisi mettere a disposizione i loro enormi capitali di origine pubbliche. E soprattutto essere governate con sistemi diversi». «Cambiando ad esempio», continua, «questi sistemi autoreferenziali di nomina, come la cooptazione dei consiglieri scelti dal presidente. Con l’inamovibilità dei vertici». Un patrimonio che a livello nazionale assomma a decine d miliardi di euro. «Deve essere impiegato in modo diverso», aveva attaccato qualche giorno fa in un’intervista alla Nuova Riccardo Calimani, scrittore e storico dell’ebraismo, ex consigliere della Fondazione, «oggi non ha più senso questa gestone ». La grana «irrisolvibile che aspetta il nuovo presidente, chiunque esso sia, dice Calimani, «sono quei 130 milioni di euro spesi per un museo fasullo. Un macigno che pesa sulle finanze presenti e future della Fondazione».

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