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«Turismo azzerato, Venezia avrà una svolta ma passato il pericolo ci scopriremo solidali»

Fonte: Il Gazzettino del 14-03-202

Capire come si risveglierà la società dopo il Coronavirus è difficile anche per chi, come Paolo Legrenzi, ha speso tutta la sua vita a comprendere le dinamiche cognitive umane. Il docente emerito di Ca’ Foscari è partito dall’analisi dello stato attuale, raccontando come reagisce alla paura il cervello (come analizza anche nel suo libro A tu per tu con le nostre paure. Convivere con la vulnerabilità, edizioni Il Mulino, 165 pg.) fino a cercare di dare risposte su quali saranno le prospettive future. «Si tratta di un virus nuovo, è molto difficile stimarne le conseguenze biologiche, si sarebbero dovuti fare esperimenti sui primi casi, appena diffuso, ma dato che non è stato fatto potremo capire solo a posteriori la natura del virus». Intanto la gente ha paura della mortalità.  «Che però non è uguale per tutti allo stesso modo, si potrebbe pensare che colpisca indistintamente, ma invece c’è una forte correlazione tra età e contaminazione. La mediana (il valore intermedio tra gli estremi di una successione statistica, ndr) è di 80 anni, retrocedendo, si nota che sempre meno persone muoiono».  Per quanto riguarda l’aspetto psicologico, cosa succede in questi casi?  «All’inizio si nega la gravità del fenomeno, lo abbiamo visto ovunque, dal funzionario in Cina a Natale che ha avuto conseguenze negative, fino alle negazioni del presidente degli Stati Uniti. Poi, sta accadendo oggi in Usa, dal diniego si passa alla reazione eccessiva».  Come mai? «Gli Stati Uniti sono un Paese dall’accentuato divismo, il fatto che Tom Hanks abbia dichiarato la sua positività colpisce, quindi da una paura inferiore si passa ad una superiore, collettiva, che porta al panico. L’andamento da negazione a iper-reazione lo si deve anche ai media».  In che senso?

«Sappiamo dalla seconda guerra mondiale in poi che una notizia, se ripetuta, aumenta di gravità. A maggior ragione se non si capisce la natura. L’enorme copertura mediatica contribuisce al panico collettivo perché questa società è meno frammentata di quella di una volta».  Il numero dei morti incide nella paura?  «Dal punto di vista psicologico, la visione biologica è infondata. Metta che alla fine muoiano duemila persone, saranno meno dei morti in auto, che sono circa 3800, in aumento. Dovremmo avere paura incrementale della strada, ma non è così. La paura non funziona in proporzione ai pericoli, ma da ciò che colpisce improvvisamente e inaspettatamente». Ci fa un esempio? «La peste che colpì Venezia era psicologicamente migliore perché ritenuta divina. Poi quando è finita, sapevamo cosa l’avesse causata, i preti lo spiegavano, quindi è stata fatta la basilica della Salute e la cosa è finita lì. Oggi si è continuato ad aver paura degli eventi improvvisi, inspiegabili e impressionanti, il Coronavirus ha queste tre caratteristiche, ma non c’è più la credenza divina».  Dal punto di vista sociale ci saranno cambiamenti dopo questa pandemia?  «A Venezia cambierà il tessuto. Il tempo del Coronavirus sarà il tempo di azzeramento del turismo, ma non so come sarà il dopo. In genere le esperienze mostrano che dopo grandi pericoli legati a grande tragedie la gente è più unita, lo scampato pericolo rende le persone più solidali e sociali, meno aggressive e competitive, forse accadrà questa volta».  La gente oggi fa le code al supermercato, come le vive?  «La coda è un fenomeno interessantissimo perché tutti i ceti sociali partecipano identicamente. Sono andato a fare la spesa, perché sono l’unico che si muove da casa, tutti erano gentili. C’era meno paura nei più vecchiotti, perché il parallelismo è con quanto passato nella seconda guerra mondiale. In quel periodo non si sapeva se e quando sarebbe finito, ora con le misure prese, si pensa che prima o poi finisca».  Pensa che ci sarà più fiducia nelle istituzioni? «Dubito. Stando ai dati pubblicati dall’Economist, il Paese con più fiducia nelle istituzioni in relazione al Coronavirus è il Sud Corea, l’Italia è a distanza impressionante». Cambierà il sistema di welfare? «Abbiamo rubato il futuro dei nostri figli e nipoti con un debito enorme pubblico, abbiamo investito poco in sanità, e il numero di terapie intensive in Uk o Germania è strabiliante. L’Europa ci consente di indebitare ancora di più le future generazioni. Ma non poniamo limiti alla Provvidenza».

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