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«Turismo, quattro anni per tornare al 2019 Il governo abolisca l’Imu per gli alberghi»

Fonte: La Nuova Venezia del 10-05-2020

«Siamo arrabbiati come iene e delusi. I sindaci, il Governo e la Regione ci istigano ad aprire gli alberghi. Ma nessuno a Roma e a Venezia ci dice come, quando e con quali regole. Per rimettere in moto un albergo ci vuole un mese, un camping 60-70 giorni. C’è il personale da assumere. A Roma girano bozze folli: vogliono gli ombrelloni distanziati 10 metri uno dell’altro e che in piscina ci sia una persona ogni 10 metri quadrati. Facciamo le gabbie per chi nuota?». 

Marco Michielli, 63 anni, presidente di Confturismo e di Federalberghi Veneto, ha messo in archivio la sua carriera di avvocato esperto di diritto commerciale per gestire l’albergo di famiglia a Bibione, ma quest’anno non intende aprire i battenti. E in questi mesi ha sottoscritto un accordo “storico” con le banche: la moratoria di 24 mesi sui mutui.Presidente, quale scenario si presenta per il Veneto, leader in Italia per presenze turistiche? In altre parole, quanti alberghi riapriranno al mare e in montagna quest’estate?

«Stime esatte non ce ne sono perché arrivano solo telefonate per cancellare le prenotazioni di luglio, agosto e settembre. Le posso esprimere il sentiment della categoria: in montagna siamo sull’ordine del 70-80% di probabili riaperture con segnali d’interesse delle famiglie per le passeggiate tra i boschi per il minore affollamento. Al mare la situazione è più drammatica. Forse si arriva al 50-60% di strutture aperte, la Croazia preme ancora per il corridoio con la Germania e difficilmente vedremo gli stranieri che sono il 60-70% degli ospiti. Non sappiamo se potremo uscire dalla nostra regione. Se poi le fabbriche lavorano in agosto e i dipendenti hanno smaltito le ferie con il lockdown, avremo pensionati e dipendenti pubblici: il 20% della potenziale clientela. Mi sa che la gente non ha né la testa né gli schei per andare in vacanza».

Crisi nera, nessuno spiraglio di ripresa per il turismo?

«Purtroppo no. Il comparto arriverà al boom del 2019 solo nel 2023, la crisi sarà lunga e drammatica: 3-4 anni almeno. 500 mila stagionali non saranno riassunti, 100 mila dei quali in Veneto: gente che lavora da maggio a ottobre e si trova in inverno con la Naspi dimezzata dalla riforma Renzi. Per loro sarà la fame. Non è l’operaio con la Cig all’80% di stipendio, qui siamo alla canna del gas. La stagione 2020 è persa. Per tutti: Verona e il Garda senza il cartellone dell’Arena non hanno futuro, Venezia ha il 90% di stranieri e gli aerei non volano. E così le terme e la montagna. Da tre mesi gli alberghi non incassano un euro e i dipendenti sono in cassa integrazione ma i soldi da Roma non arrivano e chi ha un piccolo patrimonio li anticipa, ma le strutture familiari non ce la fanno».

Quattro anni di crisi nera, ma gli “eroi volontari” della riapertura chi sono?

«Chi ha la struttura in affitto è costretto ad aprire i battenti per pagare i canoni. Chi è in costanza di proprietà dell’immobile e ha qualche gruzzolo in banca può invece permettersi di chiudere. Le faccio un’ipotesi: se lavora la metà degli alberghi c’è la speranza di arrivare al 40-50% del fatturato 2019, il break-even point del bilancio. Se aprono tutti si va verso il fallimento».

Il dialogo con il governo come procede? 

«Male. Una vergogna. Confindustria ha chiuso in un baleno l’accordo con Conte sostenuta dal sindacato. La ministra Catalfo non sa cos’è la Cig per il turismo e Franceschini pensa solo al bonus cultura, a cinema e teatri. Da due mesi ci stanno prendendo in giro e se non ci sono regole chiare noi non apriamo. Lo scoglio più grosso da superare è la normativa sanitaria. C’è il rischio di creare dei Covid center ovunque».

Confindustria ha elaborato dei protocolli, voi cosa avete proposto al ministro Franceschini?

«Federalberghi, Fipe, Faica hanno elaborato un piano avvalorato da virologi e Croce Rossa: il 24 aprile lo abbiamo spedito al ministero della Sanità e siamo in attesa. Tre giorni fa i colleghi della Spagna hanno tradotto il nostro documento e ieri il governo di Madrid gliel’ha approvato. In 48 ore via libera».

E quindi?

«Fino a quando non c’è un testo scritto nessuno apre. Girano proposte strane: ogni bagnante deve avere almeno 10 mq in piscina. Alla follia dei ministeri bisogna poi sommare i 20 protocolli delle regioni: basta con lo zelo della burocrazia. Ci vuole un protocollo unico su base nazionale. Per le spiagge parlano di 10 metri tra un ombrellone e l’altro: Bibione e Jesolo ci possono provare, ma Alassio e la Liguria no. Poi c’è l’assurda norma Inail che ha catalogato il Covid come infortunio sul lavoro: se un mio dipendente si contagia mentre è al bar o in “camporella” ne rispondo io sul piano civile e penale in tribunale. Ci vuole uno scudo che ci garantisca».

Il governo ha messo sul piatto il bonus vacanza, 250-300 euro a famiglia per il turismo domestico. Con il limite di reddito fissato a 25 mila euro.  Lei che ne pensa?

«Briciole. I ministri arrivano con l’elicottero per gestire la crisi di un’azienda di 80 dipendenti, noi abbiamo 3 milioni di posti di lavoro e a Roma non si muove nessuno. Ministero del Lavoro non pervenuto. Mentre Franceschini è bravo per la cultura ma non si capisce perché abbia chiesto la delega del turismo. Ne parla con disprezzo. Il tetto di reddito a 25 mila euro è troppo basso, aiuta i poveri e i cassintegrati che in ferie non ci vanno mai».

Lei cosa propone?

«Il ministero ha stanziato un miliardo e mezzo per il bonus vacanza: o alzano il tetto di reddito oppure assegneranno 2-300 milioni al massimo. Così i soldi restano al Mef. Noi abbiamo proposto di utilizzare questi fondi per abolire l’Imu sugli alberghi: basta 1 miliardo. Sono soldi freschi che restano alle imprese: il mio albergo paga 54 mila euro, il Danieli un milione l’anno. Ecco, sospendere l’Imu equivale a un’iniezione di liquidità: 54 mila euro restano sul mio conto corrente. E anche la Tari va ridiscussa: io verso 12 mila euro l’anno, ma se tengo chiuso non produco rifiuti. E i sindaci debbono rinegoziare le tariffe: si paga solo l’asporto reale». 

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