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Venezia: il dibattito oltre il virus

Fonte: La Nuova Venezia del 14-04-2020

È il momento della responsabilità: abbiamo l’occasione di guardare alle cose con occhi nuovi, di pensare a nuovi paradigmi. Giampaolo Scarante, ex ambasciatore e attuale presidente dell’Ateneo Veneto non ha dubbi sul fatto che l’attuale emergenza, la situazione di crisi che si prospetta all’orizzonte, sia una grande opportunità per ripartire guardando in avanti, con l’obiettivo di superare e risolvere almeno alcuni dei principali problemi che in passato hanno caratterizzato Venezia. 

«In uno dei suoi celebri dipinti, Giandomenico Tiepolo dipinge il Mondo nuovo ritraendo una folla di spalle: quella gente siamo noi, che guarda verso l’orizzonte per cercare di capire come sarà il futuro che ci aspetta…».

Scarante dal 2018 è al vertice di una delle principali istituzioni culturali della città, dopo una lunga carriera diplomatica trascorsa anche all’estero, fin dal 1979, che lo ha portato a fare numerose esperienze: è stato capo di Gabinetto del ministro degli Esteri, consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, suo rappresentante speciale per la ricostruzione dei Balcani e ambasciatore in Grecia e in Turchia. Esperienze che gli hanno consentito di tornare nella sua laguna con un ricco bagaglio e tante idee.

«Vorrei mettere a disposizione l’Ateneo Veneto in questa fase difficilissima con il ruolo di facilitatore, di luogo attorno al quale riunire le idee, sollecitare un dibattito con spirito costruttivo di tutte le parti sociali. Venezia ha risorse morali potentissime: è necessario riunirle, farle incontrare, dagli albergatori alle remiere. Servono occhi nuovi. In passato hanno avuto il sopravvento le contrapposizioni, l’immobilismo. Oggi è necessario un grande sforzo per superare egoismi ed interessi particolari, ma ce la possiamo fare. Dall’inclusività può nascere qualcosa di positivo».

Una città che si è svenduta interamente al turismo oggi appare in ginocchio. Senza alternative per risollevarsi.
«Il turismo non va abolito, ma questa è l’occasione per pensare a come ritagliare una città diversa. Per anni i veneziani si sono lamentati dell’assalto turistico, immaginando come sarebbe stata Venezia senza turisti, senza il moto ondoso… Per colpa del coronavirus siamo stati costretti a sperimentarlo, e ora tutto quello che credevamo fosse il nostro confine è stato superato, è cambiata la cornice. Dobbiamo essere all’altezza della sfida per immaginare come sarà il nuovo mondo: servono scelte coraggiose».

Che ruolo hanno le istituzioni culturali?

«Devono trascinare. La città è viva e vitale, ma deve dimenticarsi del passato e trovare strade nuove, innovative. Per uscire dall’attuale crisi non ci sarà un rubinetto che ci consentirà di ricominciare come prima. Il sistema dei trasporti ne uscirà rivoluzionato, con una drastica riduzione dei movimenti rispetto ai 4 miliardi di passeggeri che si sono spostati in aereo nel 2018. La realtà non è più leggibile con le chiavi di lettura del passato e probabilmente anche il liberismo, considerato l’unico cammino possibile, sarà messo in discussione. La cultura in questo momento è l’unica che può fare da traino, indicando le linee di tendenza, facendo sintesi del dibattito, meglio della politica e dell’economia. Il brand di Venezia è legato alla cultura».

Quali prospettive immagina?

«Venezia è stata culla di grandi navigatori, oggi potrebbe diventare protagonista dell’informatizzazione ospitando creativi, imponendosi nei nuovi confini della navigazione. Uno sviluppo compatibile con il tessuto delicato e fragile della città. Le potenzialità ci sono, ma per troppi anni Venezia è andata avanti con il freno a mano tirato. Ha passato un momento di grande stanchezza, anche intellettuale e questa fase di stress collettivo potrebbe avere effetti positivi, stimolare la riflessione. Sembra un discorso astratto, ma se avremo la capacità di attivarci non lo sarà. Kennedy disse agli americani che sarebbero andati sulla luna perché la missione era difficile».

La classe politica è adeguata alla sfida?

«Da anni la percezione generale sul livello della classe politica è negativa: da un lato c’è stato un indubbio generale decadimento, dall’altro va evidenziato, però, che i problemi sono sempre più complessi e molti di essi sfuggono alla possibilità di controllo locale, o di un singolo Stato. Anche la politica dovrà cambiare, adeguarsi a schemi diversi: il fare non esiste senza le idee, alla faccia di chi ha provato a governare a forza di slogan del fare, senza idee precise di cosa e come fare. Spero proprio che dalla crisi del coronavirus si riesca ad uscire con nuove idee».

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