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Venezia, il futurom è il turismo

Fonte: Il Gazzettino del 03-05-2020

Il 12 novembre, la marea a 187 centimetri aveva iniziato a cambiare volto alla storia: meno turismo e una città più vivibile che tutti applaudivano. Poco più di tre mesi dopo, domenica 23 febbraio, il brusco risveglio con il coronavirus ed il ricovero di due anziani. In dieci giorni Venezia si è svuotata e chiusa a tutti, se non ai residenti. Da sola, di fronte allo specchio, si è allora chiesta cosa sarà di lei. «Il futuro arriverà solo se ci mettiamo a progettare. Questo spazio di uno o due anni che abbiamo davanti e nel quale va disegnata la ripartenza, è l’ultima chiamata per Venezia. Se riusciamo a digitalizzare la cultura, il terzo settore, l’artigianato allora i ventenni, si sentiranno protagonisti e Venezia potrà essere messa in sicurezza. Se non succederà, ci troveremo senza la benzina e in una situazione non più sostenibile». Stefano Micelli, professore associato di Economia e Gestione delle Imprese a Ca’ Foscari dov’è anche presidente del corso di laurea in International Management e direttore scientifico di Challenge, sa bene che una scommessa simile è finale.

Professore, da dove ripartire?

«Dalla consapevolezza che non potremo tornare a quanto lasciato alle spalle. Disponiamo di una finestra di opportunità per immaginarci uno spazio di manovra ora lasciato libero dalla pressione turistica». 

Serve, però, concretezza…

«Non possiamo immaginarci un futuro generico ma un potenziale che resista per sostenere l’onda di un ritorno della pressione turistica. Questo vuoto, romantico o meno che sia, non può durare all’infinito».

Venezia deve cambiare prospettiva: vera sfida troppo importante.

«Lo è anche in termini demografici. Prima di tutto va data un’immagine diversa della città, dalle grandi navi a oggi sappiamo quanto sia stata messa in discussione. La città deve dimostrare di avere qualità, di saper accogliere e attrarre intelligenza e progetti. È in gioco una partita fondamentale: dobbiamo pensare a una città sostenibile capace di reggere umanamente anche le grandi manifestazioni che la riempiono. Far capire che non siamo solo un fondale a tutto quello che succede a Venezia».

Quindi, quali strade?

«Ho in mente tre percorsi che con Challenge di Ca’ Foscari stiamo già studiando. Dobbiamo traghettare le attività economiche esistenti e con una loro consistenza fuori dalla crisi: lo stiamo già facendo con dei webinar di management della crisi. Noi come università pensiamo che molto dipenda dalla formazione. Artigiani, ristoranti, manifatturieri dovranno cambiare modello di business. Per questo stiamo realizzando un affiancamento studenti-imprese che metta sulla stessa strada giovani talenti e tradizione economica dando un contributo alla tenuta e alla rinascita della stessa città».

E la cultura?

«Serve la digitalizzazione. Stiamo scoprendo che fare lezione on-line non risolve didattica e apprendimento ma è un complemento importante. Tutto ciò che è cultura lo deve scoprire. Si possono aumentare percorsi di accompagnamento al turista e visite guidate: immagino questa prospettiva come un enorme cantiere di riqualificazione digitale del mondo culturale».

Come può un museo diventare digitale? 

«Non si sostituisce la visita fisica, ma la si completa. Se, ad esempio, voglio andare a Ducale e il museo offre un servizio di approfondimento digitatL, anche a pagamento, da casa mi guardo su internet come costruire una visita di mio interesse. Il digitale così concepito può rimettere in moto l’economia».

Si alzerebbe anche il livello…

«Oggi il turista vive una dimensione dello stupore non accompagnata da consapevolezza. Questa idea può essere una leva in grado di interagire con la cittadinanza. Ma perché sia possibile, anche l’artigiano deve ripensare il modo di vendere il proprio prodotto. L’università deve aiutare Venezia a uscire dalla fase d’impasse ripensando il futuro e non tutelando solo il passato».

Venezia, però, è sfilacciata…

«Perché non pensare a un incentivo per piattaforme locali in grado di riconnettere il tessuto sociale e il terzo settore? Ùn’idea di mutualismo come grande cantiere della città partendo dai bambini, per non dare il segnale che qui non si può vivere. Il turismo aveva creato una ricchezza che molte istituzioni hanno pensato di poter governare accaparrandosene una fetta. Ora non c’è più e bisogna riunirsi e pensare insieme cosa fare».

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