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Vetri rotti e fumo nero Rivolta e paura in carcere

Fonte: Il Gazzettino del 11-03-2020

Ore 13.30 di martedì 10 marzo, terza settimana ai tempi del coronavirus: al secondo piano del carcere Santa Maria Maggiore scoppia l’inferno.  Da alcune finestre al II piano volano coperte e materassi infiammati mentre il penitenziario veneziano – da cui si staglia una colonna di fumo nero ancora più inquietante nel cielo terso di ieri – viene circondato da un cordone di tutte le forze dell’ordine. In un replay molto simile alle immagini di questi giorni. Questo mentre la Commissione cultura dei detenuti stava incontrando la presidente del Tribunale di Sorveglianza lagunare, Linda Arata, in seguito a un appello scritto lunedì mattina dagli stessi detenuti che si dicevano preoccupati per il sovraffollamento del carcere (a Venezia ci sono 268 detenuti per un massimo di 159 posti) e chiedevano di valutare amnistia e indulto con l’obiettivo di liberare posti da celle in cui si vive in otto. In quelle condizioni – recitava la lettera – un contagio da Covid-19 sarebbe stato letale. Ma ieri, con questo scenario sullo sfondo, all’improvviso anche Santa Maria Maggiore si è unita al ribollire dei penitenziari per una regia che i più pensano sia nazionale e diretta dalla criminalità organizzata. Non a caso, sempre ieri, nel carcere femminile della Giudecca alcune detenute parlavo di «dover uscire tutte assieme».

LA RIVOLTA 

Fino alle 16, quando è arrivato l’ordine di sciogliere il cordone attorno a Santa Maria Maggiore, sono state due ore e mezzo di paura a pochi passi da piazzale Roma e dal tribunale, svuotato non appena era stata confermata la notizia di una sommossa in carcere. Epicentro della rivolta, il secondo piano. Lì una cinquantina di detenuti ha prima spaccato i vetri di alcune finestre delle celle, poi ha dato fuoco a materassi e coperte e li ha lanciati in un’area comune gridando a gran voce e battendo i blindi delle celle per chiedere di essere liberati. Protestavano per gli effetti del nuovo Dpcm sul coronavirus che vieta colloqui con avvocati e visite di familiari.  Le fiamme sono state spente con un idrante dai vigili del fuoco di Venezia mentre gli agenti della questura, i carabinieri, la guardia di finanza, la polizia locale e l’esercito si schieravano all’esterno della casa circondariale per evitare qualsiasi tentativo di fuga e di evasione, che non c’è stato. Il saldo finale della sommossa parlerà di nessun ferito (né tra gli agenti, né tra i detenuti) e di nessuna misura di restrizione in più per chi ha tentato di mettere a ferro e fuoco il carcere.

L’INCONTRO 

È stato il personale della polizia penitenziaria a far rientrare la rabbia dei 50 ribelli. Senza venire allo scontro con i detenuti, le guardie hanno tenuto sotto controllo la situazione fino ad un incontro con una delegazione di carcerati che ha ottenuto, in cambio dello stop alla rivolta, un incontro con il Garante dei detenuti. 

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